Da tempo molti, noi compresi nella rubrica in Alto AdigeNon solo COVID-19!” (23 03 2021), hanno attirato l’attenzione sul dramma che la pandemia da SARS-CoV-2 abbia fatto trascurare e/o ritardare la diagnostica e le cure per altre patologie importanti specie croniche o neoplastiche. D’altronde, era quasi inevitabile che ciò inizialmente avvenisse dato l’impatto emotivo dovuto ad una pandemia virale che ha provocato  nel mondo più di tre milioni di morti. Ma le vittime correlate indirettamente con la pandemia di questo coronavirus sono in realtà molte di più, perché certe patologie non vengono curate tempestivamente come e dove dovrebbero. L’autorevole giornalista de La Stampa (e grande  amico) Piero Bianucci ha fatto recentemente presente che non si deve dimenticare che nel mondo ci sono 19 milioni di nuovi casi di cancro ogni anno, 15 milioni all’anno di persone colpite da ictus che necessitano di terapie intensive e 18 milioni che ogni anno sono colpiti da malattie cardiovascolari, infarto in primis. Considerando solo  queste due ultime categorie l’OMS ha calcolato che la mortalità in era COVID-19 è triplicata. E Bianucci aggiunge:  “Tenendo conto anche dei tumori e delle diagnosi rinviate si può stimare che le vittime della pandemia siano non 3 ma 9 milioni.”. Insomma, a causa del COVID-19  non si è spesso in grado di ricorrere al meglio a diagnosi tempestive e a terapie appropriate che potrebbero salvare milioni di vite. Questi danni indiretti potevano  far temere gravi conseguenze anche per ciò che riguarda i trapianti  d’organo che sono ogni anno non meno di 200 mila. Purtroppo, per il loro numero relativamente piccolo la drammaticità di chi aspetta un organo viene facilmente ignorata. È naturalmente sperabile anche in era pre-COVID-19 che, ove ci sia la necessità di un trapianto urgente (di fegato, ad esempio, in caso di un paziente con  epatite fulminante) non subisca ritardi se l’organo di un  donatore sia disponibile e compatibile. Ma c’è il rischio  che l’accertamento dell’urgenza non sia tempestivo per la “distrazione” dei medici travolti dai ricoveri di pazienti COVID. In questo caso, il ritardo della cura ultraspecifica (il trapianto compatibile!) potrebbe comportare il decesso. All’inizio della pandemia (dati dalla rivista “Trapianti”) la diminuzione dei trapianti è stata in effetti significativa, con un crollo che ha raggiunto quasi il 40%. Fortunatamente, il trend del calo si è presto rovesciato e il numero dei trapianti ha ripreso a salire verso i livelli della fase pre-Covd-19. Altra notizia confortante è che i trapiantati  in cura con immunosoppressivi si possono ugualmente vaccinare e anche che talora  essi risultino inspiegabilmente protetti dal coronavirus SARS-CoV-2. La rivista Nature riporta al riguardo un articolo, segnalato pure dal Prof. Giuseppe Remuzzi attuale direttore del prestigioso Istituto Mario Negri, dove si sostiene che tale protezione dipenderebbe dalla presenza di 6 geni posti sul cromosoma 3. Altra sorpresa positiva è che almeno in Piemonte si è registrata persino una controtendenza. Nel 2019 si sono eseguiti complessivamente 419 trapianti, mentre nel 2020 gli organi trapiantati sono stati di più, in tutto 460: 247 reni, 158 fegati, cuori 26, polmoni 22, pancreas 7. È possibile che in questa controtendenza regionale abbia giocato un ruolo  l’efficienza del Centro Trapianti di Torino, diretto dal prof. Salizzoni,  ricordata  opportunamente da Piero Bianucci.