Sconcerta non poco che soggetti già vaccinati per prevenire la COVD-19 siano ciononostante andati incontro a questa virosi prima del raggiungimento dell’immunità di gregge. Un recente numero del British Medical Journal  dedica a questo aspetto un articolo, consentendone eccezionalmente la stampa e la diffusione gratuita al fine di scongiurare allarmismi ingiustificati. Come spiegato dalla Dr.ssa Elisabeth Mahase, la maggioranza dei pazienti già vaccinati e successivamente ricoverati per COVID-19 sono probabilmente stati infettati poco prima o in concomitanza con la vaccinazione. Questo stressa fortemente l’importanza che i vaccinati debbano mantenere il distanziamento e le altre misure cautelative finché non si sia raggiunta l’immunità che si svilupperà solo nel tempo e non immediatamente. Ben due istituzioni importanti inglesi hanno analizzato 3.842 infettati post-vaccino e poi ricoverati su un totale di 99.445 vaccinati. Dei 1.823 pazienti sintomatici il 40% (729) avevano sviluppato sintomi 8-14 giorni dopo la vaccinazione, mentre il periodo medio di incubazione era di circa 5 giorni. Ciò conferma che molti di questi COVID-19 positivi tra i vaccinati erano stati contagiati prima che si sviluppasse l’immunità da vaccino. Nell’articolo si ritiene probabile che soggetti anziani più vulnerabili, in precedenza confinati prudenzialmente a casa  perché considerati ad alto rischio, si siano frettolosamente esposti al virus durante il completamento della vaccinazione. E ciò assumendo comportamenti imprudenti post-vaccino come l’abbandono delle cautele classiche (mascherine, distanziamento, lavaggio frequente delle mani). Imprudenza ingiustificata solo perché tali pazienti a rischio erano erroneamente convinti di essere già immunizzati. In dettaglio, 211 di loro (12%) manifestava di avere sintomi 15-21 giorni dopo essere stati vaccinati e 526 (29%) dopo più di  tre settimane dal completamento della vaccinazione. Tali contagi in già vaccinati – per la Dr.ssa Elisabeth Mahase – potrebbero pure  essere dovuti in teoria al fallimento della vaccinazione che non ha, come  per qualsiasi vaccino, un efficacia del 100%. Nei soggetti in cui la vaccinazione è fallita, e che perciò non diventano immuni, il contagio è ovviamente possibile. Per la Dr.ssa Mahase va comunque rimarcato  che il numero assoluto di pazienti vaccinati che devono poi essere ricoverati in ospedale per la COVID-19  è molto piccolo ma che è proprio questi pazienti che vanno riesaminati con più attenzione e in modo più dettagliato  possibile per capire perché il vaccino in loro non ha funzionato e non ha protetto. Dei 400 pazienti che sviluppavano sintomi dopo 21 giorni dalla vaccinazione 113 morivano a causa della COVID-19 e, di questi, ben 82 facevano effettivamente parte del gruppo più fragile di anziani. Questo rapporto ha pure numerosi limiti, non disconosciuti dagli stessi autori. Tra questi, in primis, il fatto che non tutti i pazienti ricoverati erano stati arruolati nello studio. Addendum a latere, che in ogni modo aggiunge ottimismo: l’EMA ha ricevuto a marzo notizia dalla Pfeizer-BioNTech che in uno studio di fase 3 il loro vaccino testato in 2.260 soggetti tra 12 e 15 anni ha mostrato un’efficacia del 100% con eccellenti risposte anticorpali. Sembra improbabile che questi ragazzini vaccinati si contagino successivamente.