Il PSA, com’è noto, è un antigene prodotto specificamente dalla prostata ma non necessariamente dal cancro di questa ghiandola. Il suo dosaggio non è pertanto in grado di discriminare pazienti con cancro prostatico da quelli affetti da ipertrofia benigna, che peraltro può coesistere. Per questo motivo gli esperti sono di massima contrari ad uno screening generalizzato con il solo test del PSA. La definizione diagnostica poggia pertanto su procedure invasive come le biopsie prostatiche multiple per via trans-rettale, pur esse non sempre dirimenti. Da un paio d’anni, si è proposto un test ideato nei laboratori dell’Istituto Superiore di Sanità in base ad uno studio clinico prospettico italiano (pubblicato sulla prestigiosa rivista Cancers). Il test si basa su un semplice prelievo di sangue (“biopsia liquida”) e il saggio di un marcatore particolare che sembra dotato di ottimo potenziale diagnostico. Questo è espresso dal 100% di specificità (vale a dire nessun risultato falsamente positivo nei sani) e dal 96% di sensibilità (cioè solo 4 risultati falsamente negativi nei pazienti tumorali). In base a questi risultati, dunque, 96 su 100 pazienti non avrebbero necessità di altri approfondimenti diagnostici. Il test si basa sul saggio dei livelli plasmatici di “exosomi” che veicolano il PSA (Exo-PSA). Gli exosomi sono vescicole extra-cellulari di dimensioni nanometriche (il nanometro  equivale a 1 miliardesimo di metro!), rilasciati dalle varie cellule dell’organismo, atti a trasportare una varietà di molecole ad altre cellule. Nel caso del cr prostatico, gli exosomi trasportano un PSA diverso da quello che di norma viene dosato nel siero. Il saggio del Exo-PSA, così specifico e sensibile, sarebbe vantaggioso anzitutto per i pazienti che non sarebbero più costretti a sottoporsi a biopsie prostatiche multiple (una dozzina) e a sopportare lo stress psicologico in attesa dei risultati istologici. L’esito del saggio degli Exo-PSA attuato in 240 soggetti, dei quali 80 affetti da cancro della prostata,  80 con ipertrofia prostatica benigna e 80 sani, è eloquente: gli Exo-PSA risultano significativamente più elevati soltanto nei pazienti tumorali rispetto a quelli con ipertrofia della prostata e ai controlli. Anche la spesa sanitaria, grazie a questo test verrebbe ad essere notevolmente ridotta, dato che si eviterebbero così i costi di ulteriori approfondimenti. Il test con Exo-PSA, all’occorrenza anche periodico, potrebbe consentire di migliorare anche la prevenzione secondaria (che mira a impedire la progressione del cancro) attuata con terapia sia chirurgica che medica e giustificherebbe pure lo screening sulla popolazione. Risultati molto interessanti, ma chi scrive si chiede perché, dopo quasi 2 anni, scarseggino ancora in letteratura studi clinici di conferma e perchè il test non si attui nei normali laboratori ospedalieri.