A causa dell’ aumento della vita media (nei Paesi ricchi), anche la demenza di Alzheimer (A) è in progressivo aumento risultando più frequente nelle donne. L’A è un problema specie per i familiari (e fortunato il paziente che ce li ha!) che sperano solo in farmaci efficaci (ancora non molto soddisfacenti) per il congiunto. Pertanto ogni espediente o modifica comportamentale che servisse almeno a ritardare la demenza va considerato con attenzione. Qualcuno ritiene che il leggere continuativo e persino che “l’impegnarsi nella Settimana Enigmistica” con parole crociate e rebus possa rallentare l’involuzione del cervello. Un non recente studio della New York University suggeriva (grazie alla Risonanza Magnetica) che pure il bilinguismo sia un fattore anti-demenza. Usare correntemente un’altra lingua, oltre che la propria, attiverebbe le aree cerebrali deputate all’attenzione e alla capacità cognitiva, ciò che potrebbe posticipare e/o rallentare la demenza. Il soggetto bilingue terrebbe in allenamento i neuroni di certe sedi favorendo così un aumento della cosiddetta “riserva cognitiva”. Con tale termine si intende il complesso delle informazioni acquisite in precedenza e immagazzinate nelle cellule nervose delle aree coinvolte. Un esperto di Alzheimer, il Dr A. Guaita, paragonava l’A ad un ladro che depaupera progressivamente tale riserva. Se questa è grande, nonostante i furti ripetuti, i sintomi della malattia possono ritardare, ma non così se la riserva è scarsa sin ab initio. E dunque il bilinguismo, caratterizzato dalla “ginnastica” neuronale fatta per passare da una lingua all’altra, risulterebbe vero fattore frenante l’A. In uno studio coordinato dall’IRCCS San Raffaele di Milano, si sono analizzati specifici indici cerebrali ricavati con la PET (tomografia a emissione di positroni) in 85 pazienti affetti da A, dei quali 45 bilingui (tedesco-italiano) e 40 monolingui. Dal confronto dei 2 gruppi è emerso che i pazienti bilingui sono in media 5 anni più vecchi dei monolingui e ottengono un punteggio più alto in test cognitivi atti a valutare la memoria verbale e visivo-spaziale. La PET ha inoltre svelato che chi parla due lingue, ha sviluppato una migliore performance cognitiva grazie a più diffuse connessioni sinaptiche che avrebbero un ruolo protettivo di compenso rallentante la neurodegenerazione. Tuttavia, a chi scrive piacerebbe conoscere la prevalenza dell’A nei traduttori professionali bi-o trilingui, ma ho trovato pochissimo in letteratura. Pure l’allenamento fisico, oltre a quello cerebrale, svolgerebbe un ruolo anti-A, purché l’attività svolta sia fonte di piacere e non solo di fatica, come ad esempio il ballo, che per alcuni anziani è evidente fonte di svago e divertimento. Lo stesso dicasi per l’interazione sociale, che sembra almeno alleviare la sintomatologia, mentre la solitudine certo non giova