Nei talk show radiofonici o in TV e/o sui giornali si criticano spesso i messaggi degli scienziati e/o del Ministero in merito a vaccinazione anti-SARS-Co-V2 che sarebbero spesso piuttosto confusi e causa di perplessità nella popolazione. Questo è vero ma solo in parte, perché alle volte le norme cambiano in base a dati nuovi che comportano doverosamente un aggiustamento strategico (normale in medicina!). Una recente incertezza sta affiorando circa la necessità di una terza dose di vaccino, ma su questo aspetto, le posizioni di tutti i ricercatori, e tra questi la Dr. Viola esperta dell’università patavina, sono univoche. Su un quotidiano nazionale la Viola afferma che al momento non possiamo avere idee chiare in proposito, perché è ancora impossibile stabilire con certezza la durata dell’immunità indotta dai vari vaccini. Dagli inizi della vaccinazione anti-COVID-19, l’esperienza non va infatti oltre i 9 mesi di osservazione/protezione e solo in seguito potremo accertare se l’immunità dura di più o persino per anni. Del resto, nessuno si meraviglia che almeno in certe categorie di pazienti a rischio (anziani, patologia concomitante, operatori sanitari, polizia etc) pure la vaccinazione anti-influenzale vada raccomandata ogni anno. La terza dose eventuale, poi, non dipenderà solo dal titolo di anticorpi prodotti dai soggetti vaccinati, perché la vaccinazione sollecita oltre che la produzione di immunoglobuline anticorpali contro la proteina Spike del coronavirus, pure la proliferazione di “linfociti B” deputati alla memoria immunologica che dura ben più degli anticorpi: in caso di una nuova aggressione virale, ci penseranno essi a produrre prontamente le immunoglobuline necessarie. Di fatto, per la Viola, “La continua esposizione ad un SARS-CoV-2 divenuto endemico e meno pericoloso grazie alla campagna vaccinale, potrebbe essere l’elemento determinante per il mantenimento di una sorta di immunità post-pandemica”. Circa l’opportunità di una terza dose altro elemento da considerare è se i vaccini attuali resteranno capaci, come fino ad ora sembra assodato, di contrastare varianti virali non solo più contagiose ma più aggressive di quelle attuali. Ad esempio, se in una variante risultasse significativamente modificata la proteina Spike (contro cui agiscono gli anticorpi indotti dai vaccini), la terza dose, secondo gli esperti, dovrebbe prevedere un vaccino a mRNA, il cui codice sia stato modificato proprio per sollecitare anticorpi specifici a bloccare queste nuove mutazioni virali. Il vantaggio dei vaccini a mRNA sta infatti nella loro capacità di modificare rapidamente le informazioni che inviamo al nostro sistema immunitario. A chi si preoccupa che i vaccini a mRNA possano modificare il corredo genetico, meglio ribadire che l’RNA inoculato ha di per sè vita breve, non entra nel nucleo delle cellule e non può influenzare il genoma.