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Impressionante: in Italia, secondo l’ ISTAT, le donne tra i 16 e i 70 anni che almeno una volta nella vita hanno subito una violenza fisica e/o sessuale sono all’incirca il 30%. E sarebbero di più se si considerassero le mancate denunce per violenze di natura anche non sessuale ma economica e psicologica.. Il femminicidio, per medici e non, è l’esempio più tragico del sopruso di genere ed è noto che il 38% dei casi lo si deve ad un partner convivente. Nel 2017 si stimava infatti che più della metà (sic!) delle 87.000 donne uccise a livello globale, fossero state vittime di partner intimi o di familiari. Le conseguenze fisiche delle aggressioni, uccisione a parte, consistono in lesioni gastrointestinali, dolore cronico, disordini psichici (depressione, ansia, panico) e neurologici (episodi sincopali, epilessia), ipertensione arteriosa e in molti casi, ovviamente, lesioni ginecologiche. La rivista Plos One riportava anni fa che le donne che avevano subito violenza domestica rispetto a quelle che l’avevano vissuta fuori casa, pensavano pure al suicidio 3,5 volte di più. Il problema è dunque enorme. Il Governo italiano aveva ratificato già nel 2013 la Convenzione di Istanbul finalizzata a rendere più severe le norme per gli aggressori. Tuttavia, ad avviso di molti (incluso chi scrive) e a giudicare dai risultati, si ha ragione di ritenere che violenze e femminicidi potrebbero attenuarsi solo se le sanzioni previste diventassero di gran lunga più severe e definitive. Qualcuno si è chiesto in proposito se pure i medici non dovessero avere un ruolo nella lotta contro questo tipo di inammissibili violenze. I medici in USA, per esempio, hanno realizzato già da anni un’unità di emergenza (US Preventing Services Task Force) specificamente predisposta per tali reati. Questa prevede di attuare 8 provvedimenti essenziali antiviolenza sulle donne. Tra le norme, é previsto che il medico di famiglia ponga domande specifiche alle sue pazienti a partire dai 12 anni di età, e lo stesso dovrebbero fare periodicamente (e non solo se sollecitati!), pediatri e ginecologi. I medici della task force statunitense hanno persino definito la domanda standard che si dovrebbe porre a una paziente, anche se lei non lamenta spontaneamente di aver ricevuto angherie: “Hai paura del tuo partner o di qualsiasi altro in famiglia?” Compito previsto per il dottore sarebbe poi quello di informare la vittima violentata che essa può avere un’assistenza legale gratuita, premurandosi di fornirle i numeri telefonici di associazioni amiche e, infine, di appurare se in casa ci sono bambini da tutelare. In Italia questa sensibilità dei medici non sembra al massimo. Istituzionalmente però qualcosa si è comunque mossa ed esistono oggi Centri Antiviolenza e Case Rifugio in possesso dei requisiti già previsti dall’Intesa del 2014. Ma l’impressione è che sia ancora troppo poco.
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