“In medio stat virtus” è una sentenza antica medioevale che torna buona anche per quanto riguarda gli esami medici. Pure per le indagini diagnostiche vige infatti la necessità della moderazione e dell’equilibrio. Sbaglia chi per principio non si sottopone mai ad esami suggeriti dal curante, e d’altra parte sbaglia pure qualche medico che, talora e magari su pressione del paziente, prescrive indagini immotivate e/o di incerto significato. Classico esempio di esame inutile sono le “due transaminasi”, cioè la glutammico-piruvica (SGPT o ALT) e la glutammico-ossalacetica (SGOT o AST), utilizzate specie nella diagnostica epatologica (ma anche cardiologica). Più di 40 anni fa (!) ad Ancona si riunivano gastroenterologi da tutta Europa, compreso chi scrive. Tema del convegno era stabilire se alcuni esami di routine per la diagnostica delle malattie del fegato non fossero pleonastici. Si era concluso a mggioranza che alcuni, e in primis proprio le due transaminasi, risultavano doppioni inutili. La SGOT è un enzima presente nei mitocondri delle cellule epatiche, mentre la SGPT si trova in maggior parte nel  loro citoplasma. Dopo la scoperta dei due enzimi nel 1955, ad opera dei clinici italiani De Ritis, Coltorti e Giusti, si era ipotizzato un valore diagnostico del rapporto SGOT/SGPT: sarebbe stato “1”, in caso di danno epatico virale, e maggiore di ”2” in caso di danno da abuso alcolico (dimenticando la possibile co-esistenza di ambedue le cause!). Di fatto, non esistono studi clinici rigorosi negli ultimi 70 anni che abbiano dimostrato l’utilità concreta di questo rapporto. Altro esempio è il saggio frequente, degli ormoni tiroidei T3 e T4 e del TSH, ormone ipofisario erroneamente ritenuto tiroideo dai non addetti. Dosare questi ormoni è del tutto immotivato se non si sospetta una malattia della tiroide, endocrinopatia peraltro semplice da diagnosticare (e da escludere) clinicamente anche da un medico non specialista. Atteggiamento superfluo e costoso è infine quello di insistere con esami di laboratorio e strumentali quando la diagnosi è già certa e ulteriori conferme risultano del tutto pleonastiche. La questione “esami inutili” è stata affrontata dagli ematologi USA nell’ambito della campagna “Choosing wisely” (Scegliere saggiamente), sentendo il parere di specialisti di ben 65 (!) società diverse già impegnate a rimuovere test irrilevanti. Tra le raccomandazioni principali è stata in primis quella di non ripetere esami se gli stessi risultano stabili da tempo e non è intervenuto un fatto clinico nuovo. Il medico potrà talora disattendere consapevolmente questa raccomandazione in caso che il malato sia “immaginarìo” ed esami normali potrebbero concorrere a risolvere almeno momentaneamente la sua patofobia. Di massima, però, evitare accertamenti immotivati a favore semmai di esami aspecifici ma utili, come la proteina C-reattiva e l’uricemia.