L’informazione in medicina (e non solo!) per essere tale deve anzitutto risultare chiara e il più possibile sintetica. Altrimenti, che informazione è? Per quanto attiene a dati sulla pandemia da COVID-19 non si può negare che le notizie manchino sulla carta stampata e in TV, dove anzi ce n’è una pletora quotidiana. Eppure la sensazione non del tutto errata è che la confusione prevalga sulla chiarezza, specie se consideriamo che il cittadino medio non è esperto di medicina e mastica poco termini statistici o comunque complessi, e che spesso non conosce il significato di acronimi usati da un giornalista, dallo speaker di un TG o da un invitato ai vari talk show. La chiarezza è inevitabilmente messa a dura prova se si tratta di numeri e questioni intrinsecamente ardue e sarà compito dell’informatore renderle accessibili, ma non tutti possiedono questo dono. In tal caso, vale la regola che “il meglio è nemico del bene”: il lettore o l’ascoltatore dovrà accontentarsi di capire parzialmente e non tutto ma qualcosa resterà comunque. Conforta in ogni modo l’ottimismo di Einstein, secondo il quale con linguaggio adatto si riesce a spiegare con chiarezza quasi tutto, purché non si tratti della struttura dell’atomo, comprensibile solo a un fisico-chimico. Ma ci sono cose pure semplici che potrebbero invece essere spiegate per non alimentare confusione. Ad esempio, il significato diverso tra cifre assolute e percentuali. Poniamo che la contagiosità del coronavirus venga data del 10%: ciò significa che su 100 individui sottoposti al test molecolare (il più preciso) per COVID-9, 10 soggetti risultano contagiati. Se però la contagiosità è sempre del 10%, ma il test è attuato su 1000 soggetti, i contagiati saranno 100 , e se testati su un milione saranno 100.000. Quindi, solo avendo chiaro quanti soggetti sono stati testati potremmo capire quanta popolazione è in realtà contagiata e quindi qual è la gravità o meno del diffondersi del virus. In realtà, a questo concetto si accenna spesso nei notiziari riportando, per esempio, che sabato e domenica il numero dei positivi cala ma che però è calato nel weekend anche il numero dei test eseguiti. Tuttavia, detto così, il dato non è di significato immediato per buona parte di chi ascolta (spesso distrattamente, a colazione). Altro esempio è il numero dei decessi in soggetti in terapia intensiva. È bene ovviamente darlo, ma per ricavarne una informazione corretta circa la gravità della COVID non sarebbe sufficiente confrontare questa cifra con quella analoga dell’anno prima. Sarebbe anche da distinguere “non una tantum e con maggiore continuità” i decessi accompagnati da parametri più completi, in primis: in vaccinati e in non vaccinati, per fasce d’età, per presenza o assenza di altra patologia e quale (comorbidità), per sapere se la “causa mortis ultima” è legata specificamente al COVID oppure no o è dubbia. Insomma, decesso “per” COVID o decesso “in” COVID positivi”. L’istantanea della situazione è giusto aggiornarla quotidianamente, ma sarebbe auspicabile che fosse fatta da una fonte ufficiale unica (CTS, AIFA, Ministero?) e non da numerose fonti non sempre scientifiche e non sempre alla ricerca di capire e di informare. Ultima noiosa ripetizione sul concetto di sensibilità dei test per COVID: “sensibilità” di un test significa test positivo (cioè patologico) negli analizzati. Il 60% di sensibilità di un test significa pertanto che il 40% dei contagiati potrebbero esserlo pur con test negativo. Nulla a che vedere con la specificità di un test, che significa test negativo nei soggetti sani non contagiati.