Con il virus SARS-CoV-2 che continua a circolare (e variare!), specie nei Paesi poveri, è sempre più fondamentale il completamento vaccinale e l’identificazione di cure antivirali efficaci, possibilmente orali e assumibili a domicilio, e ciò pure a fine di tenere i contagiati fuori dall’ospedale. Qualche progresso  sembra esserci tra cui l’antivirale Molnupiravir della Mecrk già autorizzato e disponibile dal 4 gennaio. Tra le cure rivelatesi fin qui deludenti ci sono l’idrossiclorochina e la clorochina. Questi farmaci, largamente usati nella cura della malaria e di malattie croniche autoimmuni come artrite reumatoide e lupus, sono stati tentati “off label” (=fuori indicazione) nella COVID-19 proprio in base al loro effetto antinfiammatorio. Negli Stati Uniti il ricorso a 1 compressa di idrossiclorochina al giorno da parte del past-President USA Donald Trump (su consiglio del medico personale) ne ha influenzato inopportunamente la diffusione favorendone così un credito immotivato. In realtà, la FDA rilasciava nel marzo 2020 l’autorizzazione (poi revocata) per un uso emergenziale dell’ idrossiclorochina anche in pazienti con COVID-19 non reclutati in studi clinici. Le linee Guida prevedevano peraltro che la somministrazione avvenisse solo in pazienti ospedalizzati affetti da grave polmonite interstiziale. Una qualche efficacia era riportata in osservazioni aneddotiche o in studi clinici piccoli i quali, data lo scarso numero dei pazienti reclutati, erano comunque insufficienti a dimostrare concreti benefici. In verità, l’EMA ha rilevato “in ampi studi controllati randomizzati che questi composti non hanno mostrato alcun effetto benefico nel trattamento della COVID.” Sempre l’EMA faceva presente in maggio 2020 che clorochina e idrossiclorochina “anche a dosi autorizzate in altri ambiti possono causare un ampio spettro di disturbi psichiatrici [oltre a effetti avversi cardiaci]” che fortunatamente sono da considerarsi rari. La revisione EMA  pur confermando la rarità di tali disturbi, incluso il rischio suicidario, ne ha tuttavia segnalato la gravità sporadica sia in pazienti già affetti da alterazioni  psichiche che in soggetti sani. Tali reazioni possono osservarsi entro il primo mese dall’inizio del trattamento con idrossiclorochina (più incerto il dato per la clorochina). Sembrerebbe dunque imprudente in pazienti contagiati dal SARS-CoV-2 correre dei rischi trattandoli con l’idrossiclorochina al momento priva di prove d’efficacia. In Italia l’AIFA ha in effetti sospeso l’autorizzazione “off label” dell’idrossiclorochina sia per uso terapeutico (ospedaliero o territoriale) che per la prevenzione della COVID. L’impiego in pazienti solo con sintomi iniziali non gravi sarebbe tuttavia consentito, ma solo nell’ambito di studi clinici, al fine di irrobustire l’esperienza già raccolta (fin qui negativa).