Qualcuno le ha chiamate più o meno felicemente “malattie invisibili”. Sono quelle che passano in seconda o terza o quarta linea nei media (ma non per i soggetti affetti!), in quanto l’interesse è fagocitato interamente dalla pandemia di SARS-CoV-2 e delle sue varianti. Infatti l’attenzione, quasi esclusivamente dedicata alla COVID dalla carta stampata, dai TG e dai quotidiani talkshow (non di rado caotici e alla prevalente ricerca di audience più che di informazione), fa dimenticare patologie anche importanti meno alla ribalta, malattie che – queste sì – non dimenticano invece mai di affliggere la popolazione. In verità, questo aspetto viene ricordato ogni tanto, ma non in modo pressante come dovrebbe. Inoltre, ci si limita per lo più a sottolineare le conseguenze di questo monopolio informativo circa la COVID a proposito solo di malati affetti da tumore, o di malati che rchiedono un qualsiasi intervento d’urgenza (una perforazione intestinale, un infarto miocardico, un aneurisma dissecante aortico, un ictus). Purtroppo le urgenze sono una minima parte dei malanni e delle ansie che affliggono i cittadini e che a volte rovinano pesantemente la loro esistenza, anche quando non sembrano oggettivamente gravi. Vale quanto osservava Renè Leriche che “i dolori che si sopportano meglio sono quelli degli altri”. Uno dei danni indiretti provocati dalla pandemia di SARS-CoV-2, che non si dovrebbe assolutamente sottovalutare da nessun punto di vista, è proprio questo: sottostimare le conseguenze anche psicologiche dei ritardi multipli che la pandemia provoca sia in ambito diagnostico che terapeutico. Questi ritardi sono di fatto causati dall’ingorgo di ricoveri, anche non necessari, aggravato pure dalla frequente riduzione dell’organico di medici, tecnici ed infermieri, pur essi contagiati dal SARS-CoV-2. Per il soggetto, che a tali procedure deve essere sottoposto, a prescindere dalla gravità effettiva, possono diventare motivo di angoscia. A questo riguardo l’OMS definisce opportunamente la salute “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplice assenza di malattia”. Ne consegue che non ci può essere completo benessere fisico e mentale se un esame consigliato dal medico di famiglia o da uno specialista viene rimandato, e talora sine die, o se il referto di una biopsia non arriva mai. Alcuni esempi di attese, già vistose in era pre-COVID e che in tempo di pandemia diventano davvero angoscianti: una donna con un nodulo al seno che dovrà aspettare mesi per essere controllata con mammografia o altro, un paziente con ulcera sospetta dello stomaco o una colonscopia in soggetto considerato a rischio per l’età o per familiarità neoplastica cui l’esame viene di continuo rimandato. Ancora, un neo asportato per sospetta degenerazione in melanoma che deve spesso attendere settimane perche si ottenga un responso che potrebbe decidere il suo futuro. Incolpevole d’altra parte il servizio di anatomia patologica, già intasato anche in tempi normali, il cui l’organico può pure essere decimato dalla COVID. Per non parlare dei ricoveri negli ospedali nei quali i posti letto disponibili sono sempre di meno a causa dei ricoverati per il coronavirus. Le stesse visite dal medico di medicina generale comportano (giustamente) prenotazioni, le quali però allungheranno i tempi d’attesa. Coloro che sono contrari al vaccino e/o disattendono le relative norme protettive dovrebbero responsabilmente rendersi conto che disservizi importanti, esistenti già in era pre-COVID, diventano più critici ancora a causa dei contagi e delle ospedalizzazioni molto più frequenti tra i non vaccinati.