Oltre ai vantaggi ci sono purtroppo non pochi svantaggi dell’allungamento della vita e tra questi l’aumento della demenza di Alzheimer e di altre demenze senili. Si calcola che in Italia ci siano 1 milione di casi a fronte di 40 milioni di malati in tutto l’Occidente. Secondo un Rapporto Internazionale, la diagnosi precoce della malattia viene posta solo in 1 malato su 4, per cui il 75% dei pazienti non verrebbe prontamente riconosciuto. Solo nei pazienti ad alto reddito la diagnosi risulta tempestiva fino nel 50% dei casi, contro un 10% nelle persone a basso reddito. Il ritardo diagnostico è in media di 3 anni, dovuto al fatto che all’esordio i disturbi sono vaghi, considerati erroneamente fisiologici in chi invecchia o pure talora minimizzati dai familiari che un po’ “si vergognano” di avere un Alzheimer in casa. Secondo il Rapporto succitato, gli interventi mirati dovrebbero invece cominciare prima possibile per poter migliorare la capacità cognitiva e la stessa qualità di vita dei pazienti (e dei congiunti). Tuttavia, prevenzione e trattamento dell’Alzheimer consistono, più che in farmaci, nel supporto assistenziale e nel “counselling” ai familiari, costituito da informazioni/suggerimenti gestionali utili per poter coinvolgere il paziente, influire sul suo umore, vivacizzarne l’attenzione e, in definitiva, ritardarne il ricovero. Se attuati per tempo, tali interventi avrebbero anche sensibili riverberi di ordine economico. Nei Paesi ricchi una diagnosi precoce di Alzheimer comporterebbe infatti un risparmio di 10 mila dollari per singolo malato. L’esperta Savini Porro rileva che “I governi preoccupati per l’aumento dei costi delle cure a lungo termine delle demenze dovrebbero spendere ora per risparmiare più tardi, ma dubito che lo faranno”. Lo stesso dubbio ce l’ha chi scrive, in quanto le attuali direttive in Sanità guardano spesso all’oggi (e alle ricadute sul consenso politico) e poco al domani, quando la demenza potrebbe assumere dimensioni preoccupanti. Per la Savini si avrà un raddoppio dei casi di Alzheimer ogni 20 anni, per cui nel 2030 ci saranno più di 65 milioni di tali malati, e 115 milioni nel 2050. Da quanto precede, la precocità di diagnosi e cura sarebbe dunque un elemento decisivo e i governi a questo dovrebbero prepararsi. Tuttavia, pure sui vantaggi della precocità diagnostica lo scriba qualche dubbio ce l’ha, almeno per ora, in quanto stimolazione cognitiva, ambiente adatto, assistenza continuativa sono provvedimenti non semplici, realizzabili di fatto da una minoranza e solo in poche unità specializzate. Le cure farmacologiche, d’altronde, sono oggi costituite da farmaci scarsamente efficaci. Qualche molecola nuova è però in studio e nel 2022 finirà una sperimentazione che sembra incoraggiante con un vaccino innovativo. Sempre che qualcuno non si opponga considerandolo una limitazione della libertà individuale.