Nel 2019 il New England Journal of Medicine (NEJM) sottolineava in un editoriale i benefici dello sport e contemporaneamente denunciava che in quelli contrassegnati da contatti fisici ripetuti come il calcio, si registrasse negli anni un maggiore rischio di danno cognitivo, di disturbi neuropsichiatrici e di varie malattie neurodegenerative. Non sono i traumi maggiori la causa dei danni, ma la ripetitività di traumi minori magari al momento senza conseguenze apparenti. L’editoriale si rifaceva ad uno studio epidemiologico retrospettivo di Mackay et al., sullo stesso NEJM, condotto su 7676 calciatori ex-professionisti confrontati con non calciatori paragonabili per età scelti tra la popolazione generale. La mortalità per malattie “non” neurologiche risultava più bassa fra gli ex-calciatori che nei controlli (“good news”), ma più alta (“bad news”) per le malattie neurodegenerative e per l’uso di farmaci assunti per la demenza che risultavano più frequenti. Questi dati si accordavano con quelli di uno studio precedente condotto dai Centers for Disease Control and  Prevention in cui la “mortalità per ogni causa” era più bassa nei calciatori che nella popolazione generale (benefici generici del movimento), ma non quella per le malattie neurodegenerative. Ciò sembra correlabile ai ripetuti traumi al capo dovuti all’urto della palla (un giocatore medio colpirebbe di testa da 6 a 12 volte ogni partita). Studi per altro limitati mostrano che colpendo di testa si possono provocare delle alterazioni biochimiche cerebrali, alterazioni nella sostanza bianca e grigia della corteccia e ciò anche senza traumi clinici al momento i apparenti. Tali dati hanno portato la federazione calcistica inglese a decidere che a partire dalla stagione 2021-22 durante gli allenamenti il numero dei colpi di testa dei calciatori, specie se effettuati su lanci lunghi, cross, punizioni o angoli da almeno 35 metri, doveva essere limitato in tutte le squadre professionistiche e amatoriali.  In una settimana di allenamento sarebbe raccomandabile eseguire un massimo di 10 colpi di testa violenti. Questa è una vera rivoluzione che arriva dopo i risultati degli studi già citati e di altri che rivelano come il colpire ripetutamente la palla di testa può portare allo sviluppo di malattie cerebrali gravi come l’Alzheimer e la demenza senile. Un avvertimento che non dovrebbe essere sottovalutato e considerato marginale: il cosiddetto Tackle Football’s Dementia Scandal nel gennaio 2021 ha dichiarato che i calciatori hanno possibilità cinque volte maggiore di morire di Alzheimer rispetto al resto della popolazione. E secondo la Purdue University, colpire il pallone di testa dopo che l’ha rinviato il portiere, equivarrebbe a ricevere un pugno durante un incontro di boxe. Stadio di calcio come un ring: come non ricordare al riguardo il penoso deterioramento cerebrale di Cassius Clay?