Il Britsh Medical Journal (febbraio 2022), a firma di Jance Hopkins Tanne, riporta una analisi di Ricercatori della Washington University e del Veterans Administration Health Care System, pubblicata sulla rivista “Nature Medicine”. L’articolo indaga sui possibili danni cardiovascolari nei non vaccinati contagiati dal SARS-CoV-2 con sintomi lievi e non nella fase acuta della malattia, ma fino ad 1 anno dopo. L’analisi relativa, basata su dati del US Department of Veterans Affairs, condotta tra marzo 2020 e gennaio 2022, riguardava una coorte di 153.760 soggetti infetti nei primi 30 giorni. Come confronto “contemporaneo” era scelto un gruppo di 5.637.647 soggetti non infetti dal SARS-CoV-2 e, come controllo “storico”, un gruppo di 5.859.411. Ziyad Al-Avi, epidemiologo conduttore dello studio, dichiarava la sorpresa sua e dei collaboratori nel constatare uno spettro così ampio di patologia cardiovascolare tardiva dei soggetti contagiati (“contagiati”, non “vaccinati”!). Questa comprendeva disordini cerebrovascolari, alterazioni del ritmo, ischemia cardiaca, pericardite, miocardite, scompenso cardiaco, e eventi trombo-embolici. Anche soggetti contagiati non ricoverati in quanto pauci-sintomatici risultavano correre questi rischi, ma in quelli contagiati con sintomi maggiori e tali da richiedere il ricovero in terapia intensiva, i rischi erano significativamente maggiori. Esempi di quantificazione del rischio: un aumento del 72% di scompenso di cuore, di 63% di infarto miocardico e di 52% di danno cerebrovascolare. Nell’analisi il rischio non sembrava correlarsi con l’età, la razza, il genere maschile o femminile o con altri fattori di rischio cardiaco preesistenti, quali obesità, ipertensione, diabete, nefropatia cronica. La frequenza dei danni era la stessa sia in soggetti precedentemente non cardiopatici che in già cardiopatici prima della COVID. Testuale lo sconcerto di Ziyad Al-Avi: “Noi constatavamo che i dati erano analoghi in ogni sotto gruppo di soggetti esaminati inclusi giovani, gente di colore o bianchi, obesi e non. Insomma, il rischio era diffuso”. La miglior via per prevenire i danni del SARS-CoV-2 è la vaccinazione che non abolisce ma riduce significativamente contagio e gravità. Data la numerosità dei contagi, il Sistema Sanitario dovrebbe in ogni modo prepararsi per affrontare possibili sorprese in futuro. Negli Stati Uniti, infatti, più di 72 milioni di persone sono state contagiate dal SARS-CoV-2, 16 milioni nel Regno Unito e, nel mondo, 364.191.494 milioni. Se il quadro descritto dal BMJ è corretto, una quota benché minoritaria di contagiati potrebbe avere conseguenze cardiache e/o cerebrali pesanti (qualità e spettanza di vita) e ne risentirebbe pure il sistema sanitario ed economico. Attenzione dunque a queste possibili sequele del solo contagio che vanno confrontate con i rari e spesso irrisori effetti avversi dei vaccini.