Mi è appena capitato di entusiasmarmi dopo aver terminato il libro affascinante: “Pellegrini nell’universo” (Solferino, 2022). L’Autore Piero Bianucci è un noto scrittore e divulgatore scientifico che scrive per “La Stampa”. I temi trattati con la competenza che tutti gli riconoscono, riguardano la innata libido dell’uomo a esplorare lo spazio, a conoscerne i segreti, e a cercare persino elementi che tentino di investigare il mistero della vita. In una rubrica come “Salute e Dintorni” posso però accennare solo ad uno dei molteplici problemi fisiologici che l’uomo incontra nelle stazioni spaziali, così diversi – precisa  Bianucci – da quelli che egli vive ogni giorno “senza pensarci” sulla terra. Da gastroenterologo, mi viene spontaneo rimarcare come nello spazio sia in primis  l’evacuazione a esserne quotidianamente stravolta. Quando noi “terrestri” siamo sul water cerchiamo di esser sbrigativi o magari sfogliamo in attesa un giornale, dando per scontato lo spontaneo…successo  dell’evento. Non pensiamo certo che è grazie alla gravità che le scorie di ciò che mangiamo (con  parte dei batteri presenti nel colon eliminati con le feci) “cadono” ovviamente nella tazza. Grazie alla gravità pure l’urina o l’acqua che facciamo scorrere con lo sciacquone “cadono” logicamente nel water. Ma ci siamo mai chiesti cosa succederebbe in una stazione spaziale dove vige la “microgravità” (che non è assenza di gravità)? Qui, urine e feci “non” cadrebbero una volta emessi. È quindi necessario raccoglier il materiale liquido o solido eliminato “prima” che si disperda nell’aria, cosa che si realizza aspirandolo con aggeggi un po’ diversi a seconda che debba usarli un uomo o una donna. Racconta nel suo diario la “nostra” astronauta Samantha Cristoforetti di essere riuscita a usare la rudimentale toilette sulla Sojuz osservando “con ammirata meraviglia come il flusso d’aria dal ventilatore sia effettivamente in grado di far andare le cose nella direzione giusta”. Altrimenti ogni eiezione, invece che cadere verticalmente, tenderebbe in effetti a galleggiare nell’aria. E – aggiunge Samantha – ”non c’è nulla di peggio che andarsene in giro a caccia di materiale liquido o solido fluttuante sfuggito durante l’uso del bagno. Nulla è più imbarazzante di dover confessare agli altri dell’equipaggio che potrebbero avere un incontro ravvicinato particolarmente spiacevole”. Nella stazione spaziale questa levitazione è scongiurata, come s’è detto, da aggeggi e da un forte flusso di aria aspirante. Per deformazione professionale (e problemi di spazio) mi sono soffermato solo su uno dei problemi fisiologici incontrati da coloro che Bianucci chiama “Pellegrini dell’universo”, ma tanto altro ci sarebbe da dire pure su respirazione, cuore, ossa e psiche dell’astronauta. E dunque, a chi fosse interessato a queste peculiarità…spaziali, non resta che leggere questo libro.