La pancreatite acuta (PA) interessa non pochi lettori che mi scrivono per avere lumi. La PA è un’infiammazione del pancreas che colpisce in genere soggetti tra 40 e 80 anni. In Italia ci sono ogni anno meno di 10 casi/100.000 abitanti. Nelle donne la PA è spesso dovuta a calcoli biliari, mentre negli uomini prevale l’etilismo. Cause più rare includono malformazioni, farmaci, aumento dei grassi nel sangue e manovre endoscopiche che impongono l’incannulazione del dotto pancreatico e/o biliare. Nell’85% dei casi la PA provoca un edema del pancreas e la gravità si rivela modesta, con guarigione del 95% dei malati. Nei casi restanti la PA diventa invece necrotico-emorragica (PANE) ed è penalizzata da complicazioni e da mortalità elevata (circa nel 30%). Ciò si deve essenzialmente a due eventi: necrosi (=morte irreversibile) di una o più aree ghiandolari con sovrainfezione e insufficiente funzione multiorgano, specie renale e respiratoria. In questi casi, oltre al supporto emodinamico e agli antibiotici, è opportuno ipotizzare una soluzione invasiva. Questa consiste in una rimozione (drenaggio o asportazione chirurgica eventuale) della necrosi infetta. I tempi del drenaggio sono controversi e si dibatte se convenga drenare solo “dopo” che la necrosi si sia incapsulata o invece drenare “al più presto”. Dato l’alto rischio di letalità della PANE, tale problema è stato ri-affrontato di recente in un trial da pancreatologi olandesi sul prestigioso New England Journal Medicine. Nello studio randomizzato su 104 pazienti con PANE venivano confrontate le conseguenze di un drenaggio “precoce” entro le 24 ore del tessuto necrotico infetto (55 pazienti) con quelle di un drenaggio “tardivo” (49 pazienti), applicato solo dopo che la zona necrotica della ghiandola pancreatica si fosse ”murata” (avvolta cioè da una capsula). Parametro di valutazione principale era uno score da 0 a 100 del Comprehensive Complication Index, che incorpora ogni possibile complicazione nei 6 mesi successivi, nel quale Index il valore più alto significava massima gravità. Tale parametro risultava 57 in caso di drenaggio precoce e 58 nel drenaggio ritardato. La mortalità era del 13% nel primo caso, contro il 10% nei soggetti drenati dopo l’incapsulamento della necrosi. Si registravano 4,4 necrosectomie nei drenati precocemente e 2,6 nei pazienti con drenaggio dilazionato. In questi, il 39% riusciva dunque beneficiare solo di una terapia antibiotica e di supporto. In conclusione, in merito all’alta percentuale di decesso che grava sui pazienti con PANE, lo studio non evidenziava una significativa superiorità del drenaggio immediato su quello ritardato e quest’ultimo sembrava anzi ridurre la necessità di un intervento più invasivo. E dunque l’attesa vigile e l’esperienza specifica del chirurgo in questo tipo grave di pancreatite sembra pagare più della fretta.