Per i poveri di spirito ci sarebbe il regno dei cieli, ma per i poveri “tout court” il regno in terra non è molto roseo. Con questo esordio si scopre naturalmente l’acqua calda e l’adagio ”Anche la ricchezza non fa la felicità” appare falso e consolatorio. Specie chi è agiato sottostima quanto le ricadute complessive della povertà siano eterogenee e pesanti, ma i dati qualitativi e anche quantitativi sul rapporto “indigenza e salute” sono ben noti ai  più attenti addetti ai lavori. Purtroppo l’ Homo (poco) sapiens dimentica i risvolti negativi multipli della povertà che riguardano in particolare le prestazioni sanitarie e l’aspettativa di vita. Eppure, già nel 2016 il CENSIS rivelava che 11 milioni di italiani avevano dovuto rinviare o rinunciare a diagnosi e cure per ragioni economiche, 2 milioni in più rispetto al 2012. Lo ricordava puntualmente anni fa Cristina da Rold, giornalista freelance attenta ai determinanti sociali della salute, in sintonia con il progetto dell’Unione Europea “LivePath”. Sulle ricadute delle disuguaglianze sociali sulla salute si è occupato pure autorevolmente  Michael Marmot, epidemiologo dell’University College di Londra, che ha  esaminato anni fa i dati raccolti in 48 studi su tale tematica in un campione di 1,7 milioni di persone seguite per 13 anni in Gran Bretagna, Italia, Portogallo, USA, Australia,  Svizzera e Francia. Gli effetti della povertà sulla salute e la spettanza di vita nei soggetti osservati venivano confrontati con quelli provocati da fattori di rischio ben noti e quantificati, come fumo, alimentazione incongrua, obesità, diabete mellito e deficit di attività fisica: vizi/abitudini questi che, per ragioni culturali, prevalgono nelle classi meno agiate. Gli anni di vita persi a causa della povertà risulterebbero superiori ai 2 anni,  un accorciamento di vita pari a quello causato dai fattori di rischio sopra menzionati. Problematico non è solo l’accesso alle cure dei poveri, è che essi hanno anche maggiori difficoltà di correggere stili di vita più significativi, inclusa l’alimentazione. A proposito dei ceti bassi inglesi, George Orwell, ne “La strada di Wigan Pier” scriveva 80 anni fa che “meno quattrini si hanno e meno ci si sente disposti a spenderli in cibo sano”. Per  quanto attiene più specificamente alla spettanza di vita nei meno abbienti, questa probabilmente è molto più ridotta ancora rispetto a quanto sopra segnalato. Ad esempio, nello stato di Washington (DC), dove povertà si identifica in pratica con l’essere neri, è emerso che  l’aspettativa di vita media  per gli uomini di colore era nel 2020 inferiore di più di 17anni a quella  dei maschi  bianchi e, per le donne di colore, di 12 anni inferiore a quella delle bianche. Di recente un quotidiano nazionale ricordava grandi differenze anche in Italia  tra agiati/ricchi e poveri nelle cure territoriali  e nella speranza di vita:  nelle fasce più ricche del Nord la spettanza di vita risulterebbe in media 10 anni di più se paragonata a quelle più povere del Sud, dove maggiore è soprattutto la prevalenza di  malattie metaboliche e cerebro-cardiovascolari e di tumori maligni. Le differenze in aspettativa di vita sono dunque aumentate, anziché diminuire negli ultimi anni. Pandemie e guerre certamente non migliorano la situazione specie per i meno abbienti.