Grazie al monitoraggio della COVID-19 in tutto il mondo, e forse anche per l’aggressività diversa delle nuove mutazioni del SARS-CoV-2, le sorprese non mancano. Nel tempo sono infatti emersi sintomi o complicazioni imprevisti pur restando che la polmonite interstiziale grave è la preoccupazione maggiore, cui si deve l’alto tasso di ospedalizzazione, di terapie intensive e di decessi. Com’è noto, oltre ai disturbi respiratori (dispnea) i pazienti lamentano febbre, tosse, mal di gola e di testa, dolori muscolari, stanchezza persistente, tremori, disturbi intestinali e pure perdita transitoria dell’olfatto e del gusto. Più di rado, si hanno gravi sintomi/complicanze non respiratori includenti aritmie cardiache e disturbi della coagulazione o la ancor più rara insufficienza multiorgano sia in bambini che in adulti. In soggetti già a rischio per l’età o per preesistenti malattie (degenerative, autoimmunitarie o metaboliche come in primis il diabete mellito), le conseguenze sono inevitabilmente maggiori. Uno studio su 200 mila persone pubblicato nel 2022 su “The Lancet Diabetes & Endocrinology” rivela inoltre che una infezione da SARS-CoV-2, anche di entità clinica lieve, aumenta il rischio di un diabete prima inesistente. Più in dettaglio, pazienti apparentemente guariti dal COVID-19 contratto 1 anno prima, svilupperebbero un diabete nel 40% di casi in più di quelli non contagiati. In pratica, 13 soggetti ogni 1000 infettati svilupperebbero un diabete di tipo 2, nel quale non c’è deficit di insulina, ma solo resistenza periferica all’azione di questo ormone. Il rischio diabete, possibile come s’è detto pure in malati di COVID-19 lieve, aumenta tuttavia in parallelo con la gravità clinica dei contagiati, risultando ben tre volte maggiore di quello di soggetti comparabili mai contagiati dal SARS-Co-V-2. Pure i soggetti obesi normoglicemici pre-infezione, hanno un rischio più che doppio di sviluppare un diabete rispetto ai non contagiati. Che le conseguenze sul metabolismo degli zuccheri siano più pronunciate negli obesi è abbastanza comprensibile perché i soggetti in sovrappeso, a prescindere dalla COVID-19, sono notoriamente già a rischio di diabete di tipo 2, rischio accentuato ulteriormente dal contagio con SARS-Co-V-2. Più recente il riscontro di un maggiore rischio di diabete pure di tipo, quello 1 insulino-carente, ciò che lascia ipotizzare che questo cororonavirus danneggi direttamente anche le beta-cellule del pancreas che sono produttrici di insulina, con conseguente increzione deficitaria di tale ormone. Questo rilievo verrebbe confermato da uno studio su “Cell Report” del 2022. Negli Stati Uniti il “rischio diabete” risulterebbe maggiore nei più anziani, nei maschi bianchi, negli ipertesi e in certi gruppi etnici più che in altri, per cui le conclusioni di questa ricerca potrebbero non avere un significato assoluto.