Abbiamo già trattato in giugno di quest’anno il “Vaiolo delle scimmie” titolando “attenzione ma non allarme”, ma è il caso di aggiornare su quello che si sa 2 mesi dopo. Secondo Enrico Bucci, prof. aggiunto di biologia molecolare alla Temple University di Philadelphia, al di fuori dei Paesi nei quali questa virosi è endemica, prevalentemente Africa centrale e occidentale, si sono superati entro la prima decade di agosto 34 mila casi in tutto il mondo. Il contagio dell’uomo avviene tramite contatto fisico con animali infetti come scimmie e roditori. La trasmissione dell’infezione da persona a persona si verifica invece tramite contatto stretto di vario tipo. Il numero dei colpiti ogni 100 milioni di abitanti è molto disomogeneo. In Italia, il primo caso di “Vaiolo delle scimmie” (primavera ’22) riguardava un giovane adulto di ritorno dalle Canarie e per il momento abbiamo circa 600 casi, poco più di 10 per milione di abitanti. A partire dal marzo 2022, il virus responsabile (Orthopoxivirus B1) è mutato più volte a dimostrazione del rapido processo di adattamento dovuto alla trasmissione in atto da uomo a uomo. L’incubazione di 3-17 giorni è asintomatica e la malattia dura in genere 2-4 settimane. Un recente NEJM conferma che, oltre alle manifestazioni di natura cutanea (piaghe e papille anche dolorose), ci sono sintomi sistemici che possono precederle, quali febbre (osservata nel 62% dei casi), linfadenopatia (56 %), letargia (41%), mialgia (31%) e mal di testa (27%). Non di rado le piaghe sembrano simili a comuni eruzioni cutanee a trasmissione sessuale, ciò che inizialmente ha fatto considerare erroneamente tale virosi una malattia dei gay maschi. La letalità è per il momento molto ridotta: sino a poco fa si son contati dieci morti, di cui 3 in Nigeria, 2 in Spagna, ed uno in ciascuno dei seguenti Paesi: Brasile, Ghana, Ecuador, India e Perù. Questo equivarrebbe a meno di 3 morti ogni 10.000 casi di infezione. Ciò è in linea con la letalità modesta dovuta al virus dell’Africa Occidentale, da cui ha avuto origine la epidemia corrente, rispetto ai ceppi congolesi penalizzati invece da una letalità del 10%. Persone a più alto rischio di complicanze includono donne in gravidanza, bambini e soggetti immunodepressi. Il fatto che inizialmente sia stata colpita soprattutto la comunità di maschi omosessuali in occasioni e in luoghi ad alta promiscuità (saune gay, festival, eccetera) non deve indurre in errore, perché il virus ha già iniziato a propagarsi al di fuori di questa comunità. Lo dimostra uno studio in Spagna (paese più colpito), dove nell’8% dei 181 pazienti studiati e comprendenti anche soggetti di sesso femminile, si sono registrati i primi casi di trasmissione a seguito di rapporti eterosessuali. Benchè molto rari, ci sono pure infezioni di “Vaiolo delle scimmie” in bambini e adolescenti (81 casi al di sotto dei 18 anni entro luglio di quest’anno). Questi dati indicherebbero che l’attuale epidemia di “Vaiolo delle scimmie”, magari favorita in certe comunità, è in grado di travalicare questi confini, riguardando tutti i rapporti caratterizzati da un contatto ravvicinato, inclusi quelli tra genitori e figli. È quindi un errore pensare che il virus resti limitato alla comunità omosessuale. In terapia disponiamo del “Tecovirimat”, una piccola molecola in grado di bloccare una proteina (VP37), comune a tutte le infezioni da Orthopoxivirus, quali Varicella, Vaiolo bovino e lo stesso “Vaiolo delle scimmie”. Il blocco di questa proteina con “Tecovirimat” impedisce che il virus che ha infettato una cellula (replicandosi in essa) possa essere rilasciato all’esterno, per cui l’infezione non si propaga. Esiste pure il vaccino “JYNNEOS”, già approvato contro il “Vaiolo delle scimmie” dagli enti di controllo, a base di virus vivo non replicativo, che sembra aver dato risultati eccellenti quanto a efficacia e sicurezza (ma i dati riguardano solo soggetti maggiorenni). Non va pure dimenticato che i più anziani che avessero fatto il vaccino antivaiolo sono egualmente protetti per l’85% da questa virosi. Enrico Bucci ricorda infine che a fronte della scarsità al momento di dosi vaccinali, una recente circolare del Ministero prevede l’uso del “Tecovirimat” solo “nell’ambito di protocolli di uso sperimentale o compassionevole, in particolare per le persone immunodepresse”.