Ho già scritto molti anni fa dei gravi problemi psico-medici e sociali che devono affrontare i soggetti affetti dai cosiddetti “disturbi di identità di genere”. Gli eterosessuali sono oggettivamente la maggioranza, gli omosessuali una minoranza e una minoranza più esigua ancora è fatta da persone che, nate maschi o femmine, sentono a un certo momento di vivere in un “corpo sbagliato” e vogliono diventare ciò che da anni percepiscono (fortemente e continuativamente) di essere. Il discorso prescinde da scelte sessuali a scopo di lucro come quelle ad esempio, dei viados brasiliani che restano maschi e decidono di prostituirsi con clienti maschi “normali” (sic!), Essi nulla hanno a che fare con coloro che soffrono di disturbi di identità di genere. Personalmente chi scrive ha avuto a che fare direttamente con due soggetti che non riconoscevano il genere stabilito dall’anagrafe: un giovane che voleva essere donna e tale è diventato (la sigla inglese usata in questi casi è MTF, cioè “male-to-female”, da maschio a femmina) e una ventiseienne che invece è diventata uomo (in tal caso la sigla è FTM, “female-to-male”. da femmina a maschio). Scelte consapevoli entrambe, non indolori, ricche di gravi risvolti psicosociali, biologici, affettivi ed economici, maturate senza tentennamenti fino alla definitiva trasformazione. Costi quel che costi e globalmente questa scelta costa moltissimo da ogni punto di vista. Le conseguenze di una decisione così cruciale risultano molto individuali e sono pertanto vissute variabilmente sia dal protagonista che dal partner eventualmente esistente, dalla famiglia, dai colleghi sul lavoro e dalla società in genere. A parte i casi seguiti da me, consideriamone due (uno datato e uno più recente) che ci dimostrano in particolare la complessità del problema. Il primo riguarda Alessandra Bernaroli, riportato ampiamente dai giornali e dalla TV di allora. Peculiarità nella peculiarità -rimarcavo riportandolo-  è che la nuova Alessandra era una MTF, cioè un Alessandro diventato donna, regolarmente sposato in chiesa con una donna di nome anch’essa Alessandra. Cattolici osservanti entrambi, le due Alessandra hanno continuato ad amarsi e a considerarsi sposati anche dopo il cambio di sesso dell’ex marito, proprio perché credevano nel valore del matrimonio contratto in chiesa, dove avevano giurato davanti a Dio di  restare uniti “finché morte non vi separi”. Qui era intervenuto lo Stato che nel 2009 annullava il loro matrimonio, provvedimento contro cui le “Alessandre” ricorrevano vincendo in primo grado, ma perdendo in appello. Ricorso successivo in Cassazione che, a sua volta, rimetteva gli atti alla Consulta. Qualche giorno dopo (22/4/2015) la Suprema Corte stabiliva che il vincolo matrimoniale non veniva meno anche se il marito era diventato donna. La seconda storia, rispolverata nel 2022 è quella di Maura (centralinista al Comune di Recanati), nata Mauro 40 anni prima, e di Emanuele (aiuto cuoco), nato Adriana 35 anni prima: reciproco contemporaneo scambio di sesso, pienamente condiviso. Dopo la ratifica legale della loro identità segnalata anche sui loro documenti, i due si sono uniti in matrimonio intenzionati ad adottare un figlio. I passaggi drammatici che Maura e Emanuele hanno dovuto affrontare per anni da ogni punto di vista, anche in famiglia, li lascio all’immaginazione del lettore. Di fronte a situazioni cosi dolorose e problematiche per chi scrive più che dare un giudizio o manifestare curiosità morbose, sembra auspicabile anche da parte di chi non ne condivide le scelte un assoluto rispetto dei protagonisti e, ancor più, nessun sarcasmo e nessun atteggiamento  discriminatorio della società. Essi hanno pagato e stanno già pagando abbastanza. Ultima nota, di indole squisitamente medica, riguarda la difficoltà dei soggetti che hanno cambiato sesso a controllare infezioni urogenitali o eventuali disordini endocrini derivati da precedenti cure ormonali.  Di norma il medico di base non ha esperienza di individui che hanno ricevuto trattamenti medico-chirurgici così specifici. Questi soggetti tendono pertanto a rivolgersi ai chirurghi che hanno realizzato la trasformazione sessuale, i quali non sono necessariamente qualificati però a trattare patologie internistiche. Altro motivo di rispetto.