Il dolore retrosternale (DRS) è un sintomo allarmante in soggetti non più giovanissimi. In USA 6 milioni di pazienti si rivolgono al Pronto Soccorso (PS) con DRS temendo un infarto miocardico. Il timore è fondato: in Italia ogni anno più di 100 mila persone sono colpite da infarto e di queste, circa 25 mila muoiono prima di arrivare in ospedale. Tra coloro che arrivano in Cardiologia la mortalità è invece del 10% circa. Una definizione precoce delle cause del DRS sembra dunque opportuna, ma non è semplice. Diverse sono infatti le cause extra-cardiache del dolore (polmonari, digestive, reumatiche). Utile naturalmente valutare le caratteristiche del DRS (frequenza, durata, intensità, irradiazione) e il beneficio dopo coronarodilatatori, ma la clinica non sempre è dirimente. Al PS, cui il paziente si rivolge, si attuano in primis l’ECG (che però nelle prime ore di un infarto può non essere dimostrativo) e si controllano i test di danno miocardico (in primis, l’aumento ematico della troponina, per altro fugace). Se tali esami persistono negativi non di rado si tende ad attribuire il DRS ad uno spasmo/reflusso gastro-esofageo, mentre il gastroenterologo, consultato allora in seconda battuta, se la esofagoscopia e la pH-metria (che misura l’acidità all’interno dell’esofago) risultano normali, tenderebbe a non escludere un’origine coronarica del DRS. In alcuni pazienti la spiegazione resterà comunque incerta e imporrà magari di approfondire con un’angiografia delle coronarie (dopo iniezione di contrasto endovena) o con una AngioTAC coronarica. Questa è una metodica non invasiva come la coronarografia, non priva tuttavia di un consistente aumento del rischio radiologico, superiore centinaia di volte, ad es., a quello di una radiografia del torace. Un editoriale di anni fa sul New England Journal of Medicine, commentava al riguardo vantaggi/svantaggi dell’ AngioTAC in pazienti con DRS ricoverati per sospetta insufficienza coronarica ma con ECG, troponina ed enzimi cardiaci nella norma. L’editoriale concludeva che nei sottoposti a tale esame i vantaggi sono minimi rispetto ai pazienti non esaminati con analoga procedura: il ricovero è più breve di sole 7,5 ore e un controllo a 28 giorni non registra esiti clinici diversi tra i ricoverati sottoposti e non sottoposti all’AngioTAC. Non ci sarebbe, insomma, “alcuna evidenza che l’AngioTAC attuata prudenzialmente in pazienti con DRS migliori il destino degli stessi (ma l’ansia forse sì), dei quali solo l’1% andrà incontro all’infarto, a prescindere dagli accertamenti subiti”. I soggetti con DRS ma con ECG e troponina nella norma possono dunque considerarsi un gruppo a rischio basso di infarto, che per di più non si riduce significativamente sottoponendosi ad un esame ad alto rischio radiologico. Efficacia diagnostica sub iudice è una nuova tecnica di imaging messa a punto al San Raffaele di Milano.