La informazione scientifica dedicata alla popolazione è importante, non fosse altro che per le implicazioni di pratica utilità. Essa sarebbe poi particolarmente preziosa se riguarda questioni sanitarie di eccezionale rilievo, come le misure di prevenzione e cura nel corso di un’emergenza pandemica. È tuttavia essenziale -scrivono R. Rasoini et al. in Recenti Progressi in Medicina (2022)- che l’informazione sia facilmente comprensibile dai cittadini se si vuole che essi seguano convinti le indicazioni fornite dagli enti regolatori. Le modalità di comunicazione al pubblico di dati scientifici non è mai un problema semplice, tenuto poi conto che la percentuale di popolazione che ama leggere è piuttosto scarsa e che ogni informazione, buona o cattiva che sia, il cittadino la ricava in primis dalla televisione (i più anziani) e dal telefonino (i più giovani). Sul web, e sul cellulare in particolare, prevalgono spesso giudizi anonimi o di persone inadatte, ideologicamente prevenute nei confronti di ogni evidenza scientifica. Questo spiega, ad esempio, perché il successo di adesione alle prime dosi di vaccino anti-COVID, sia inizialmente risultato soddisfacente nel nostro Paese e piuttosto deludente in seguito per le dosi successive. In effetti, ciò è dovuto a fattori multipli: informazione confusa, disinformazione martellante, forzature di natura politica e, infine, la pandemia da Sars-CoV-2 soppiantata dall’angoscia per la guerra in corso in Ucraina e conseguente crisi energetica. Questi eventi hanno tutti concorso a distrarre la popolazione dai rischi affatto scomparsi della COVID. Gli autori rimarcano inoltre come le modalità della comunicazione scientifica (“informativa” o “persuasiva”) contino poco nel determinare il coinvolgimento e la comprensione dei cittadini ai fini del loro comportamento nei confronti della vaccinazione. La comunicazione “informativa” dovrebbe essere neutrale e chiarire esplicitamente sia rischi che vantaggi di un intervento. Ciò secondo gli Autori potrebbe attenuare la fiducia delle persone nelle istituzioni sanitarie nel breve termine, ma consolidarla in seguito nel lungo termine. Al contrario, una comunicazione più “persuasiva” (=incoraggiante) potrebbe riscuotere a breve termine una maggiore aderenza all’intervento, ma rendere successivamente più incerta l’adesione dei destinatari magari distratti da altre variabili. In tutti e due i casi, il linguaggio dovrebbe comunque essere più chiaro. Conclude infine l’interessante articolo che: ”Una comunicazione fondata sulla trasparenza è poco o per niente efficace nel generare fiducia se chi la riceve non ha gli strumenti per recepirne il valore”. Per chi scrive, in verità, lo stesso articolo usa purtroppo un linguaggio che non sarebbe molto chiaro per il cittadino comune, dimostrando quanto sia difficile informare correttamente (non solo in medicina).