I vaccini anti-COVID autorizzati nei Paesi occidentali vengono fino ad ora somministrati per iniezione e si propongono di sollecitare una reazione immunitaria difensiva (fatta di cellule e immunoglobuline anticorpali) prevalentemente a livello circolatorio. In tal modo si impedisce al coronavirus SARS-CoV-2 di diffondersi, di moltiplicarsi e di provocare una malattia grave e persino il decesso nei pazienti più a rischio (quelli di età più avanzata, pazienti immunodepressi o affetti da polipatologia cronica). I vaccini iniettivi non riescono però a impedire l’infezione virale delle prime vie aeree, che restano la porta di ingresso e la potenziale fonte di contagio di altre persone. Già concettualmente si poteva ipotizzare (idea per altro non nuova) che il favorire con un vaccino anche l’immunità locale avrebbe  potuto creare una speciale barriera a livello di naso-oro-faringe per impedire la stessa penetrazione del virus nell’organismo e, di conseguenza, la sua circolazione. Si è così risollevata la questione se un vaccino anti-COVID somministrato sotto forma di spray o di instillazione nasale non potesse risultare altrettanto o persino più efficace dei vaccini iniettivi, dato che per penetrare nell’organismo sfruttano la stessa via rino-oro-faringea utilizzata dal virus SARS-CoV-2. I vaccini oro-intranasali, stimolando in effetti per prime le cellule immunitarie delle mucose del naso e delle vie alte espiratorie, che attivano poi una risposta immunitaria in tutto l’organismo. Tali cellule immunocompetenti sono rappresentate dai linfociti B (i quali conserveranno memoria dell’eventuale aggressione virale) e dai  linfociti T  (deputati invece a neutralizzare le cellule infette). Essi, diversamente da quelli che circolano nel sangue, vanno visti come sentinelle che impediscono ab initio l’infezione delle vie respiratorie. Ciò è possibile grazie alla produzione di immunoglobuline di tipo A (IgA), ossia anticorpi molto efficaci nel bloccare il virus già a livello delle mucose respiratorie, un obiettivo più difficile da raggiungere con i vaccini. In base a questi presupposti, molti enti di ricerca e aziende farmaceutiche sono impegnate nel mondo a realizzare vaccini contro il coronavirus SARS-CoV-2 capaci di agire a livello mucosale e non per via intramuscolare. Proprio di recente (2022), in Cina e in India sono stati approvati due vaccini, detti per questo mucosali, contro la COVID, citati dalla rivista Nature. Lo studio cinese, sviluppato dalla CanSino Biologics di Tianjin, riporta che il suo vaccino è un aerosol che va inalato per bocca. Esso è stato approvato come dose di richiamo in soggetti precedentemente vaccinati con il vaccino iniettivo. Quello indiano, invece, è uno spray nasale prodotto dalla  Ditta indiana Bharat Biotech, il cui impiego è previsto come ciclo primario di vaccinazione a due dosi. In verità, già nell’ottobre del 2021 era stato  autorizzato un vaccino iraniano da usarsi in tre dosi, di cui la terza in forma di spray nasale. Di questo vaccino, prodotto dal Razi Vaccine and Serum Research Institute di Karaj,  ne sono già state consegnate circa  5 milioni di dosi al Ministero della Salute di Teheran. E c’è pure notizia di una versione spray intra-nasale dello Sputnik V, approvata in Russia. La documentazione fornita dalle aziende produttrici è stata dunque ritenuta sufficiente, ma non è chiaro se le autorizzazioni sono state concesse in base a studi pubblicati di fase III (necessari quando si voglia dimostrare “su un’ampia popolazione” l’efficacia di un prodotto). I loro dati avrebbero solo mostrato che la risposta al “richiamo” ottenuta con il loro vaccino inalatorio per instillazione nasale sarebbe più duratura se confrontata con la terza dose dello stesso vaccino attuato per via iniettiva. Tuttavia, in nessuna delle due esperienze, almeno della cinese  e di quella indiana, è stato ancora indagato se i loro prodotti riducono concretamente il rischio di trasmissione del virus più significativamente di quanto non facciano i vaccini occidentali. In definitiva, molti sono i ricercatori che ritengono opportuno e proficuo continuare  la ricerca sull’efficacia dei vaccini “mucosali” contro la COVID data la loro potenzialità di “bloccare il coronavirus già al suo ingresso nell’organismo”. Questa immunità definita da qualcuno “sterilizzante”, eliminerebbe di fatto non solo ricoveri, casi gravi e decessi, ma diminuirebbe pure la  contagiosità. Siamo dunque in attesa di studi metodologicamente più conclusivi, ma questa è la strada giusta. Vaccinazioni domiciliari con spray o distillazione intranasale attuabili dallo stesso paziente sarebbero evidentemente più comode e accolte con grande favore e meno remore dalla popolazione.