I “farmaci generici” meglio chiamarli “equivalenti” (FE) perché l’attributo “generico” alimenta nel paziente il sospetto infondato di una minore qualità. In realtà la sostanza negli equivalenti (3 su 4 sono prodotti in Italia) è identica a quella dei più costosi preparati di marca e qualcuno si è chiesto come mai lo Stato consenta la vendita di quelli più cari. Fatta eccezione per gli eccipienti variabili, il principio attivo, la dose, la forma farmaceutica e la via di somministrazione dei FE sono in effetti identici a quelli del prodotto di marca di cui è scaduto il brevetto. Così dicasi della biodisponibilità (desumibile dalla massima concentrazione plasmatica del farmaco assunto e dal tempo perché esso la raggiunga). Diversamente da quello dei brevettati, il nome dei farmaci equivalenti è lo stesso per tutti, seguito da quello della ditta Produttrice che è invece diversa .I FE costano in media il 20-30% in meno (con punte anche maggiori) rispetto al prodotto a brevetto scaduto in quanto i produttori non hanno speso per costose ricerche cliniche premarketing e se lo possono permettere. La riduzione del prezzo va a vantaggio non solo delle famiglie, ma pure del sistema sanitario nazionale che in questo modo potrebbe acquisire risorse per altri interventi assistenziali. Già l’obiettivo della L.122 del 2010 era di risparmiare grazie ai FE milioni di euro che avrebbero dovuto rimanere nella disponibilità delle regioni. Gli equivalenti sono debitamente approvati dall’Agenzia Italiana del Farmaco la quale, in collaborazione con l’’Istituto Superiore di Sanità, controlla in fase di pre-marketing la qualità dei prodotti per quanto attiene a stabilità, scadenza e sicurezza e provvede, nel post-marketing, ad una serie di ispezioni. Lo scarso ricorso ai FE in Italia è pertanto immotivato, frutto di pregiudizio e disinformazione e registrano pure forti differenze regionali: nel Nord Italia, ad es., il ricorso agli equivalenti nel 2017 è stato del 35,2% della spesa farmaceutica, nel Centro Italia del 25,9% e nel Sud solo del 20,8%. Sconcertante pure la costanza del fenomeno: la rivista indipendente “Dialogo sui Farmaci” (che purtroppo ha cessato di esistere perché rifiutava ogni sostegno pubblicitario) riportava 10 anni fa che i FE avevano rappresentato in Italia solo il 29% del mercato farmaceutico mentre in Europa, il consumo di FE allora era in media del 50% con picchi (in Germania) fino al 70%. Per aumentare il consumo dei FE importante è anche il concorso del farmacista che, senza esplicito parere contrario del medico o del paziente, potrebbe sostituire il medicinale “branded” con quello equivalente (il SSN è tenuto a rimborsare solo il prezzo più basso dei medicinali prescritti). Infine, va fatto presente che i farmaci equivalenti non vanno confusi con quelli biosimilari, e di questo ne tratteremo in altra occasione.