Giorni fa un servizio di REPORT su  Rai 3  ha sollevato scalpore mediatico. La trasmissione verteva sul pericolo crescente che nei prossimi decenni molti antibiotici (AB) risultino inefficaci nelle infezioni batteriche, in primis del tratto urinario (più di 1/3 dei casi) e respiratorio. La resistenza batterica è diventata oggi un problema principalmente nei soggetti ricoverati: lo si osserva  specie in reparti di rianimazione (pazienti debilitati, intubati e cateterizzati), nei centri di dialisi e pure in ambienti  dove più di frequente scarseggia l’igiene (case per anziani). Alla diffusione della AB-resistenza concorre anche  l’inutile uso inappropriato degli AB (per es., in caso di malattie da  virus) o, per pressione indebita dello stesso paziente, l’iper-prescrizione di medici preoccupati poi di venire accusati per non averlo fatto. Tutto ciò ha favorito la selezione di ceppi batterici resistenti ad antimicrobici prima efficaci. Esisterebbe un piano nazionale contro tali “superbatteri” che però –secondo REPORT– per anni non è stato finanziato. L’antibiotico-resistenza, purtroppo, non è un’emergenza improvvisa, bensì un esempio di scarso e imprudente interesse sia della politica che della popolazione che anela spesso solo a “guarire in fretta”. E sì che non sono mancate al riguardo raccomandazioni degli infettivologi e ripetute notizie sui giornali, incluso questo quotidiano. Il primo articolo sull’argomento in AA è ad esempio del 2008 (sic!), titolato “Antibiotici: l’abuso fa più forti i batteri”: in esso si sottolineava che l’efficacia di tali farmaci non è mai del 100%, e che per tale motivo alcuni ceppi microbici diventano “resistenti” e trasmettono geneticamente questa capacità alle future generazioni batteriche. Ciò ha imposto alle Aziende di progettare la sintesi o l’emisintesi di antibiotici “nuovi” che a loro volta, però, non risulteranno efficaci al 100%. Un secondo articolo del 2015, “Antibiotici: abuso, resistenza e (ir)responsabilità”, segnalava invece come l’OMS insistesse già allora sulla necessità di una rete mondiale per monitorare l’antibiotico-resistenza nel mondo. Purtroppo – constatazione di W. Ricciardi, allora dirigente dell’ISS – solo129 dei 194 Paesi membri avevano però fornito dati nazionali e tra questi solo 42 avevano rintracciato le 9 coppie di batteri antibiotico-resistenti (che risparmio al lettore) risultate essere un principale pericolo per la salute pubblica. In un successivo articolo in AA del 2016, si commentava invece un altro fattore favorente la AB-resistenza, legata non all’abuso improprio di AB ma, paradossalmente, alla loro assunzione scarsa quanto a  dose e durata. L’esempio riguardava la tubercolosi, ben controllata da noi (però in ascesa), ma non così in Paesi poveri, dove il costo della cura anti-tbc comporta spesso la sua interruzione anticipata appena affiora un miglioramento, ciò che agevola lo sviluppo di micobatteri refrattari. La resistenza ai farmaci anti-tbc (e il contagio che ne deriva) può essere grave anche in Occidente tanto che un paziente con tbc refrattaria viene oggi considerato pericoloso al pari di un terrorista e come tale ricercato e custodito (caso clamoroso capitato anni fa proprio ad un medico statunitense). Infine, nella rubrica del 2018 veniva sottolineato che, rispetto agli altri Paesi europei, l’Italia vantava il maggior numero di decessi per infezioni da batteri AB-resistenti (10 mila ogni anno su un totale di 33 mila). L’AB-resistenza ha un costo elevato nel nostro Paese pari, ad es., già  nel 2018 a circa 600 mila euro per 100 mila abitanti/anno, il triplo della media dei Paesi Ocse. Del 2021 il sospetto che l’AB-resistenza giochi probabilmente un ruolo pure nei decessi dei ricoverati in intensiva per COVID grave. Semplici avvertenze utili contro l’AB-resistenza possono essere un uso solo “motivato e mirato” di AB,

ricoveri solo se strettamente necessari, un’attenta igiene delle strutture sanitarie (così eterogenea nel nostro Paese!) e campagne non sporadiche ma “persistenti” di informazione ad hoc.

Mi si lasci concludere fuori tema, pensando con orrore a Mustafà Abouelela, il ragazzo egiziano diciannovenne morto giorni fa a Bolzano, sotto il cavalcavia ferroviario nella zona commerciale: deceduto non per AB-resistenza, ma di freddo, mentre nei mercatini si aggirava una folla festosa, ben protetta contro il clima rigido.