Si osserva spesso che eventi oltremodo drammatizzati da qualcuno possono lasciare del tutto indifferenti altre persone. Si può constatare questa “diversità caratteriale” persino in fratelli o gemelli. La differente emotività sembra in buona parte prescindere dal censo, ma le cause che la sollecitano possono non essere le stesse: nei ceti più bassi, ad esempio, essa è favorita dalla costante preoccupazione di come affrontare i numerosi problemi esistenziali quotidiani. Ma pure attori/cantanti o miliardari (che non nomino per evitare seccature), sono caratterialmente così notoriamente così emotivi da sniffare per vincere la tensione durante le apparizioni in pubblico (a parte quelli che si drogano per “rilassarsi al meglio” in certi incontri privati). Sembra ragionevole pensare che l’emotività possa correlarsi in qualche modo sia ai geni che all’ambiente familiare e/o professionale. Tuttavia distinguere quanto pesi da una parte l’influsso dell’ambiente e, dall’altra, quello del genoma è un’impresa non facile, per cui il ruolo effettivo dell’ereditarietà sulla nostra emotività non è ben definito. Uno studio datato sulla rivista “Journal of Neuroscience” da ricercatori guidati dalla dottoressa Rebecca Todd, rivelerebbe che responsabile della nostra emotività di fronte ad eventi stimolanti positivi o negativi concorra una mutazione genetica. Lo dimostrerebbe l’abnorme attività registrata con RM in alcune aree cerebrali, non rilevabile nei soggetti che non hanno subita la suddetta mutazione genetica. Il gene mutato responsabile di tale attivazione e conseguente iperemotività, noto come ADRA2b, assicura la memoria “emotiva” delle nostre sensazioni belle o brutte. Sotto il profilo evolutivo, ciò servirebbe a non ripetere esperienze rischiose. Secondo ricercatori di Zurigo, che qualcuno riesca a “rivivere” emozioni forti positive o negative meglio di altri, sarebbe dunque frutto proprio della mutazione del gene ADRA2b: questa porterebbe alcune persone a trattenere meglio il vissuto stimolando la produzione del neurotrasmettitore noradrenalina, che è responsabile pure dello “stoccaggio” dei ricordi. I ricercatori lo hanno ricavato studiando due gruppi di volontari, alcuni africani del Ruanda e gli altri europei. A tutti sono state mostrate immagini “positive” (matrimoni, famiglia), “negative” (guerra e devastazioni) e “neutre” (oggetti d’arredo). Solo i volontari sia africani che europei in cui era registrabile la mutazione del gene ADRA2b ricordavano meglio degli altri le fotografie positive e negative loro mostrate in precedenza, e reagivano emotivamente di conseguenza, indipendentemente dalle loro precedenti esperienze di vita. Alle immagini neutre i gruppi con e senza mutazione reagivano invece allo stesso modo. Insomma, pure una mutazione genetica modulerebbe l’intensità e il modo di come percepiamo le vicende del modo che ci circonda.