Lasciamo il dilemma sull’intelligenza artificiale (IA), tema del giorno, a chi ne ha la competenza e non è certo il caso di chi scrive. Io mi limito a rimarcare come un giudizio su qualsiasi novità rivoluzionaria lo si potrà tentare solo a distanza di tempo, ricordando pure che qualsiasi scoperta (il fuoco, un’arma, la dinamite, l’energia elettrica …) potrà risultare benemerita o orripilante a seconda dell’uso che se ne farà. Emblematica in particolare l’esempio dell’energia nucleare, che può migliorare di molto l’esistenza dell’uomo, ma anche decretare, se mal impiegata, la fine del genere umano. Ciò premesso, non posso non segnalare un recentissimo studio sperimentale anglo-spagnolo pubblicato su “Nature Communications”. Lo studio, “peer review” (cioè revisionato e valutato da esperti indipendenti di pari competenza) segnala come tramite l’Intelligenza Artificiale (IA) si siano identificate tre sostanze (“ginkgetina”, “periplocina” e “oleandrina”) che potrebbero aiutare a prevenire l’invecchiamento. Per capire meglio il perché del nostro invecchiare è doveroso premettere per i non addetti ai lavori che esistono nel nostro corpo cellule dette “senescenti” corresponsabili dell’invecchiamento dei tessuti e della vecchiaia “complessiva”. Oltre che nell’invecchiamento, queste cellule risultano implicate anche nello sviluppo di malattie croniche quali cancro, morbo di Alzheimer, diabete mellito, o di disturbi spesso correlati con l’anzianità, quali deficit della vista e difficoltà progressiva dei movimenti muscolari, deambulazione precaria e facilità alle cadute. Ebbene, un terzetto di tali cellule senescenti sono state individuate utilizzando l’intelligenza artificiale. Studi precedenti sembravano promettenti ma sino ad oggi poche sostanze risultavano in grado di eliminare le cellule senescenti che negli anni si accumulano nei vari tessuti ancora “giovani” (incluso quello adiposo), e in quelli già alterati presenti nelle molteplici malattie croniche, già citate e in altre. Si sa inoltre che le cellule senescenti possono rilasciare proteine, citochine, RNA (complesso, indicato con l’acronimo SASP) , che non solo concorrono alla senescenza ma provocano pure l’infiammazione, il danno e persino la morte delle cellule sane. Alla rimozione delle senescenti, provvede di norma il sistema immunitario favorendo l’afflusso dei globuli bianchi macrofagi a ciò predisposti. Ci sono composti detti “senolitici” che potrebbero allungare la vita aggredendo specificamente le cellule senescenti inducendone l’apoptosi (=morte programmata regolata da alcuni geni, diversa dalla necrosi che consegue a danno cellulare acquisito di varia natura). I composti senolitici risparmiano invece le cellule sane e vitali. Ciò ha fatto ipotizzare che ogni intervento atto a ridurre l’azione delle cellule senescenti potrebbe concretamente allungare la durata della vita e nel contempo alleviare pure malattie e disturbi che affiorano in vecchiaia. Rapporti preliminari di una sperimentazione clinica confermavano che due agenti senolitici come “Dasatinib” e “Quercetina” diminuivano effettivamente il numero di cellule senescenti in individui con malattia renale e diabetica. A tutt’oggi, però nessuno studio clinico prima di quello che oggi segnaliamo ha dimostrato con tale evidenza la riduzione delle cellule senescenti dopo somministrazione di senolitici. La ricerca che ha motivato questo articolo pubblicata in giugno di quest’anno è stata realizzata da ricercatori della Università di Edinburgo che hanno escogitato il modo di individuare farmaci senolitici efficaci usando come si diceva, l’Intellenza Artificale sfruttando dati relativi a 4 mila composti chimici. Di questi solo 21 potevano essere candidati a diventare senolitici efficaci. Alla fine, i tre composti erbari naturali già ricordati “ginkgetina”, “periplocina” e “oleandrina” (già ipotizzati per alcune patologie e alcuni, come l’oleandrina. notevolmente tossici) risultavano in grado di rimuovere le cellule senescenti dell’uomo senza peraltro danneggiare quelle sane (evento osservato con altri senolitici del passato). E dunque l’Intelligenza Artificiale potrebbe essere ulteriore passo avanti per la longevità, anche se lo studio su “Nature Communications” solleva un ineludibile quesito: sconfiggere l’invecchiamento sarebbe davvero un bene per l’umanità? Tra le innumerevoli imprevedibili conseguenze, una è comunque prevedibile e drammatica, come l’abnorme aumento della popolazione planetaria, già consistente e preoccupante. Qualcuno pensa pertanto che invece di sfruttare a tal riguardo l’Intelligenza Artificiale, sarebbe meglio “rinforzare” l’intelligenza naturale e il buon senso dell’Homo sapiens, che al momento non sembrano godere di buona salute.