Nel 1985 il medico americano Richard Gardner descriveva la cosiddetta “Sindrome di alienazione parentale” (SAP) che 10 anni fa la dr.ssa M.S. Pignotti, pediatra in servizio allora all’Ospedale Meyer di Firenze, definiva “sconosciuta negli ospedali, endemica nei tribunali”. Inizialmente la SAP riguardava solo le madri che dopo una separazione o un divorzio sono intenzionate a crescere il bambino estraniando il partner. Si tratta di una vera sindrome psichiatrica che si manifesta come “una campagna di denigrazione ingiustificata di un bambino contro un genitore come risultato del “lavaggio del cervello” procurato dalla madre e del contributo dello stesso   bambino alla denigrazione del genitore bersaglio”. Alla base c’è la controversia legale per cui la madre ostacola la relazione con l’ex-marito per timore di perdere l’”esclusiva” del bambino. Il figlio diventa così ad un tempo vittima della lacerazione famigliare e anche protagonista “inconsapevole” della campagna denigratoria nei confronti del genitore “alienato”. Istigato dalla madre, il bambino può diventare così ostile al padre da dichiarare di venire maltrattato da lui  o persino abusato sessualmente. Il lavaggio del cervello fattogli dalla genitrice affiora chiaramente dal fatto che nel denigrare suo padre  il bambino usa frasi che non possono certo appartenere al suo linguaggio abituale. Si riconoscono tre gradi di SAP: nel grado lieve il bambino, nonostante la contrarietà della madre, può a volte incontrarsi col padre. Nella SAP di grado moderato, l’azione materna induce attivamente nel bambino una forte resistenza a frequentare periodicamente la casa del padre. Nel grado severo, infine, è il bambino stesso che si rifiuta caparbiamente di vedere il genitore, sviluppa atteggiamenti paranoici, afferma di temere per la propria incolumità, minaccia di fuggire o  persino di farsi del male. Dieci anni fa correzione di rotta: si ammette che, benché in minor misura, la SAP possa riguardare anche i padri, per cui si parla di termini discutibili come “Sindrome della madre malevola” e “Sindrome di Medea”, ma la sofferenza del bambino non cambia. Per Gardner, quanto maggiore è l’animosità del genitore che vuol escludere il padre dalla vita del figlio, tanto maggiore risulterà l’alienazione del partner. Nei casi di SAP severa si prospetta pertanto il cosiddetto “trattamento transazionale”, per cui il bambino dovrebbe essere sottratto alla madre (o al padre) e, prima di essere affidato al padre (o alla madre), andrebbe avviato ad un istituto ad hoc. La ex-pediatra del Meyer come altri considerano principalmente la SAP più che una problematica sindrome clinica, un “brutto affare“ legale, in cui è consistente il pericolo che altri aspetti confondenti prevalgano sul problema prioritario che dovrebbe essere l’interesse esclusivo del bambino (sia per i magistrati che per i medici