Qualche affezionato lettore, mi chiede di sintetizzare la storia delle soluzioni chirurgiche tentate nei pazienti affetti da calcolosi della colecisti, associata o meno all’ infiammazione del viscere (colecistite). Da sapere intanto che diversa dalla “colecistectomia” è la “colecistotomia” (ormai abbandonata) che prevedeva la puntura transcutanea della colecisti onde svuotarla dei calcoli (e di eventuale pus), con la quasi certa riformazione di neocalcoli. La risoluzione della eventuale colecistite aveva successo nel 90% dei casi, ma non la rimozione dei calcoli e si registravano inoltre complicazioni nel 25% dei pazienti, tolleranti inoltre assai male il tubino di drenaggio che per giorni fuoriusciva dalla cute dell’addome (o talora pure dalla bocca). Si affermava così la asportazione chirurgica della colecisti per via aperta. Nei primi tempi, il taglio chirurgico risultava però spesso esagerato (inviso specie alle donne) e, pur in assenza di complicazioni, i giorni di ospedalizzazione erano tanti. Per evitare le deturpanti cicatrici addominali, dai chirurghi più giovani si adottava opportunamente una mini-laparotomia altrettanto efficace, ma il vero progresso si è rivelata la colecistectomia per via laparoscopica (CL) realizzata per primo nel 1987 dal francese F. Mouret e osteggiata inizialmente dai chirurghi classici favorevoli alla via aperta. CL prevede l’anestesia (generale o epidurale), 3 o 4 buchini sull’addome per insufflare aria e poter così introdurre in sicurezza il laparoscopio e altri strumenti. La CL mostra di avere non pochi vantaggi: riduce la durata dell’’intervento, del ricovero, delle complicazioni e dei costi, con infrequente necessità di conversione all’intervento per via aperta a causa di sopraggiunti imprevisti che l’operatore deve comunque essere in grado di fare. Si è pure tentata 15 anni fa, ma poi prontamente abbandonata, la “NOTES” (Natural Orifice Translumenal Endoscopic Surgery), procedura che prevedeva l’introduzione dell’endoscopio non attraverso la cute dell’addome ma attraverso orifici/cavità già esistenti, quali stomaco o intestino o persino la vagina (!). Meno fortuna ha ache avuto la proposta di più di 10 anni fa di esperti franco-statunitensi che hanno cercato di minimizzare ulteriormente l’ invasività della CL grazie ad apparecchi molto più sottili (2-5 mm) e una sola porta di accesso del laparoscopio attraverso l’ombelico. Valido infine, ma di scarsa diffusione in pochi centri, l’impiego della CL mediante robot, tecnica peraltro più difficile da acquisire, ancorchè sicura. L’intervento della robot-CL dura in media 80 minuti, le complicanze operatorie sono rarissime e la necessità di conversione all’intervento tradizionale si ha solo nel 5%. Tuttavia, l’alto costo della procedura (1200 dollari) impedisce la sua diffusione su larga scala specie negli ospedali pubblici