Specie in questi ultimi tempi, corresponsabile pure ma non solo la COVID-2, sono frequenti le lamentele dei cittadini riguardanti la sanità pubblica, con apprezzamenti di gran lunga minoritari. Le attese per una visita normale e specie specialistica anche solo a scopo preventivo (raccomandata del resto dai media, dal ministero competente e dai…sacri testi), sono in genere intollerabilmente lunghe e spesso vanificano i vantaggi a volte rilevanti di una possibile prevenzione. Al contrario i sospetti di una patologia grave andrebbero evidentemente chiariti al più presto. Di fronte a ritardi improponibili per visite o esami la soluzione adottata  è spesso il ricovero in Pronto Soccorso spontaneo o prescritto dal curante oberato anch’esso da un surplus di richieste di prestazioni. Da molte inchieste/proteste/lettere ai giornali risulta che alcuni medici non ascolterebbero più a sufficienza il malato, non lo visiterebbero più o solo frettolosamente e che la stessa ri-prescrizione delle terapie viene fatta automaticamente dalla segretaria anche quando una rivalutazione del medico potrebbe risultare opportuna. Ai fini diagnostici è vero anche che, oltre all’aggiornamento anamnestico, l’esame obiettivo del paziente è oggi oggettivamente meno importante che in passato grazie al valido apporto di tecniche strumentali un tempo inesistenti. Una risonanza magnetica della pancia, ad esempio, può dare certo più informazioni di una palpazione dell’addome, ma essa non può e non deve sostituire quel rapporto speciale che la medicina del passato ha di fatto sfruttato al meglio. Ma qual è l’entità di questo deterioramento attuale nel rapporto medico paziente? Per rispondere, ho già utilizzato per amor di patria i risultati di uno studio statunitense del 2006, molto interessante anche se datato (e le cose non possono che essere peggiorate). Una cinquantina di medici USA (di famiglia, internisti, cardiologi) accettavano di essere controllati in video-audio per un totale di 185 visite. Durante queste prestazioni, venivano prescritti 250 farmaci “nuovi”, che il paziente non conosceva per niente. Particolarmente in queste circostanze verrebbe da pensare che qualche spiegazione in più al paziente la si sarebbe dovuta dare, ma così non è stato secondo i sorprendenti esiti di questa inchiesta. Infatti, lo scopo della terapia risultava non spiegato chiaramente nel 13% dei casi, il 26% dei pazienti ignorava persino il nome del farmaco e ben il 66% non era istruito nemmeno sulla durata della terapia. Ancora, la metà dei pazienti non era informato sul dosaggio ottimale del farmaco loro prescritto. E la possibilità di effetti collaterali? L’eventualità non veniva nemmeno menzionata al 65 % dei pazienti. Naturalmente, non è detto che ciò che si registrava 20 anni fa in USA, dove la sanità pubblica lascia notoriamente molto a desiderare, sia trasferibile tout court ad altri Paesi. Da noi le cose andavano un po’ meglio secondo la mia sincera opinione almeno fino a poco tempo fa, ma certo i dati americani che sono sicuramente peggiorati nel frattempo per i non abbienti, rappresentano un campanello d’allarme su cui riflettere. Certamente non vanno addossate indiscriminatamente e ingiustamente ai medici tutte le responsabilità di questo deterioramento dei rapporti con il malato. Gli stessi pazienti e pure i gestori sanitari (ahimè, sempre più attenti alla quantità piuttosto che alla qualità delle prestazioni di chi lavora sul campo!), giocano un loro ruolo negativo. Il paziente che si reca in un ambulatorio ha spesso già delle idee ricavate da fonti poco attendibili (sentito dire, cellulari, internet) e vede il dottore solo come erogatore di farmaci. Il cittadino si rivolge sempre più alla sanità privata, ciò che solleva per altro molte obiezioni. La prima è di ordine economico e discrimina pesantemente  più ancora ricchi e poveri, la seconda è che nelle case di cura i medici non vengono selezionati in base ad un concorso regolare, ma in base alla notorietà che non è però la stessa cosa di una selezione concorsuale controllata (pur non esente da limiti) in ambiente ospedaliero, Ci sono certo eccellenze in alcune case di cura, a Bolzano per esempio, ma questo non vale per tutte e per tutti i sanitari che vi esercitano. E le differenze regionali nella sanità privata, specie Nord-Sud, possono essere sorprendenti.