“Less is more” è una lapidaria affermazione non rara nella letteratura medica. Ma cosa vuol dire? La traduzione letterale è “meno è di più ” e significa di fatto che può essere vantaggioso e/o meno  rischioso non esagerare con esami diagnostici o terapie. Molti dati indicavano infatti già da tempo come un eccesso di esami e di cure non motivate non riducono in concreto il peso delle patologie, non migliorano la qualità e nemmeno la quantità della vita. Già dieci anni fa l’ottima rivista Janus (scomparsa ahimè come molte altre fonti informative utili e indipendenti!) rivelava opportunamente che il mercato della salute diventava sempre più aggressivo e invadente, per cui “capita così che un più facile accesso a informazione e servizi sia come un boomerang che colpisce chi intende garantire meglio il benessere proprio e dei propri familiari”. Il “more”, cioè l’eccesso di dati o di terapie, può risultare rischioso specie se l’informazione ad hoc, con il concorso approssimato dei media, è scorretta e il trattamento messo in atto è frutto di posizioni antiscientifiche o di vere e proprie truffe. Esempio di eccesso di trattamento medico-chirurgico è il “taglio cesareo”. La rivista Janus ricordava  che questo intervento negato un tempo alle contadine che solitamente partorivano in casa,  nei decenni si era tramutato di fatto “in esproprio alle donne dell’esperienza della nascita. La disponibilità di un’assistenza che pure era stata una conquista sociale, si era quindi tramutata in una sconfitta”. Nel caso dei cesarei il “less is more” sembra un avvertimento particolarmente appropriato per certe aree del Sud dove il  numero dei cesarei tempo addietro risultava spropositato specie in strutture private. Qui spesso il cesareo, non era praticato per reale necessità, ed era motivato (salvo eccezioni) da puro lucro inaccettabile. Che ciò fosse vero lo dicono le percentuali di tagli cesarei in Italia da Janus in quegli anni segnalati: 23% in Friuli, 28% in Veneto, 46% in Puglia, 48% in Molise, 53% in Sicilia, 62% in Campania, per arrivare al 80% di Taranto  e al 95% registrato in una casa si cura pugliese (sic!). Il fatto che la prestazione in cliniche convenzionate fosse rimborsata 1.400 euro se il parto avveniva per vie normali e 2.400 se con taglio cesareo, si commenta da sé. Le cose nell’ultimo decennio sono drcisamente cambiate e non solo in Italia, ma ancora non del tutto se nel “Rapporto annuale” all’ONU presentato in ottobre 2019 a New York nel corso dell’Assemblea Generale  la Dr.ssa Dubravka Šimonović si è soffermata sulla “violenza ostetrica” intesa come violenza di genere. E violenza sono i tagli cesarei non necessari, l’abuso di episiotomie senza consenso, e altre procedure dolorose (come raschiamento e suture) fatte senza anestesia. Anestesia e consenso della donna – va ricordato –   sono ritenuti dall’ONU requisiti essenziali.