È impossibile per un medico (e non solo) non ritornare su temi così drammatici e coinvolgenti riguardanti il fine vita,  già trattati per altro anni fa e periodicamente riproposti al cittadino. Si possono avere opinioni diverse, tutte rispettabili se formulate in buona fede, ma su un punto essenziale non si dovrebbe transigere: la decisone sul quid agendum da parte di un soggetto estremamente sofferente e senza prospettive di guarigione ma ancora perfettamente vigile, dovrebbe spettare solo a lui. Questo perché nessuno può quantificare il grado di dolore psicofisico che sta vivendo una persona con malattia incurabile o affetta da grave invalidità che non può che peggiorare, dilaniata per di più dalla consapevolezza delle molteplici difficoltà delle persone amate che si occupano di lui. Tale questione, chiama in causa il cosiddetto testamento biologico (alias “Dichiarazione anticipata di trattamento”), che è un momento essenziale anche nell’ipotesi di un incidente che potrebbe rendere improvvisamente una persona incapace di intendere e di volere. Arcinoto è il caso di Eluana Englaro, ragazza in stato vegetativo permanente ben da 17 anni. Ma altrettanto penose e drammatiche  sono le vicende di pazienti lucidi non in coma, ma in condizioni di sofferenza estrema (L. Coscioni, P.G. Welby,  G. Nuvoli, P. Ravasin, L.Coscioni, Brittany Maynard, F. Antoniani, F. Ridolfi).  Per chiarezza conviene ricordare la  distinzione tra eutanasia attiva e passiva e suicidio assistito: l’eutanasia “attiva” è di fatto l’uccisione di un soggetto consenziente in grado di esprimere la volontà di morire, mentre quella “passiva” è  ad esempio, lo spegnimento del respiratore in un malato terminale incapace di respirare autonomamente. Diversamente, il “suicidio assistito” prevede l’autosomministrazione di dosi letali di farmaci da parte del paziente che viene “aiutato” a farlo da un medico o da altri. In Italia, eutanasia e suicidio assistito sono comunque illegali ma non così altrove: quella attiva è legale in Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi e Spagna, mentre l’eutanasia passiva è legale in India, Canada, Messico, Australia e Ungheria (in quest’ultimo caso è consentita solo su richiesta del paziente). Il suicidio assistito è legale in Svizzera, Colombia e in alcuni stati degli USA (Washington, Oregon, Vermont, Montana e California). Un grande avvocato da me consultato mi rimarca come il suicidio assistito nel nostro Paese nel quadro attuale della legislazione e della giurisprudenza sarebbe comunque una sorta di percorso ad ostacoli. Infine, la sedazione palliativa che prevede solo la somministrazione di benzodiazepine/oppioidi. In questo caso il decesso non sarà immediato e richiederà tempi più lunghi. La legge consente però di interrompere le cure mediche considerate inutili o dannose a condizione che ci sia il consenso del paziente se vigile o, se non vigile, dei suoi rappresentanti legali. È quindi  possibile interrompere le cure mediche per evitargli sofferenze inutili ma non per causarne direttamente la morte. C’è stato il “Referendum Eutanasia Legale”, di iniziativa radicale che mirava all’abrogazione parziale dell’articolo 579 del codice penale (omicidio del consenziente), punito con la reclusione dai sei ai quindici anni. Sono state raccolte da giugno a settembre 2021 1.239.423 firme, numero di gran da lunga superiore alle 500.000 necessarie. Tuttavia il 15 febbraio 2022, la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il referendum perché a seguito dell’abrogazione ancorché parziale della norma sull’omicidio del consenziente cui il quesito mira, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili. La questione si è quindi conclusa con un nulla di fatto. In seguito alla grande pressione mediatica, a marzo del 2022 è stata approvata dalla Camera dei Deputati con 253 voti a favore, 117 contrari e 1 astenuto la proposta di legge “Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita, ma non è stata ancora discussa al Senato. Questa inerzia normativa su un aspetto così delicato sembra indecorosa perché, al solito, solo le persone più abbienti possono risolvere il loro dramma andando oltre confine. Questi aspetti angosciosi dovrebbero esser apolitici, trasversali, e rispettosi solo delle esigenze e della coscienza del singolo individuo. Purtroppo, i ritardi legislativi si devono a preoccupazioni elettorali di tanti governi sia passati che presenti. Umana pietà richiederebbe che un paziente terminale e lacerato da indicibile dolore ma ancora ben lucido (ciò confermato da una commissione idonea ad hoc), potesse insomma essere lui a decidere su come morire, e nessun altro. A Trieste il 28 novembre il primo caso di suicidio assistito con la collaborazione completa del SSN che ha fornito il farmaco letale e un medico di supporto. Qualcosa si è mosso.