Il buon medico -pleonastico il rimarcarlo- ha per obiettivo primario la salute psicofisica dei pazienti e quindi, come e più di ogni altro cittadino, trova raccapricciante il fatto che così tante persone muoiano non per una malattia incurabile ma solo perché non hanno da mangiare. Cifre approssimative, semmai in difetto, fornite dalla Fondazione Cesvi e/o da altre fonti istituzionali, ci dicono che i morti per fame nel mondo tra il 2021 e 2023 sono stati più di 20 milioni all’anno, circa 20 mila ogni giorno e decine di morti al minuto. Se poi ci si limita ai bambini le cifre corrispondenti per anno, giorno, minuto diventano rispettivamente 6 milioni, 16.000 e 12. Queste cifre sono in ulteriore aumento in quanto peggiorate a causa di vistose variazioni climatiche, dalla pandemia COVID e da guerre croniche e attualissime. Queste drammatiche “statistiche”, che dovrebbero risultare eticamente intollerabili per tutti, si fanno stridenti e angoscianti specie durante le feste di Natale per il contrasto palese che c’è tra fame vera e sperpero smaccato di cibo e altro, potenziato da tutta una serie di campagne promozionali allettanti affinché le “strenne” diventino sempre più generose. Si raccontava un tempo ai bambini che per Natale essi potevano chiedere a Gesù Bambino cose semplicissime e non pretenziose. Oggi Bambin Gesù si trova in compagnia di altri possibili “elargitori” quali Babbo Natale, Babbo Gelo, Santa Klaus, che portano ai bimbi (ma anche agli adulti!) valanghe di doni con sacchi, carri, tappeti volanti, persino via mare. E i doni non sono più una bambola, il meccano, un album da disegnare, matite colorate, una palla, un monopattino, il cerchietto per trasformare il sapone liquido in bolle colorate. No, i doni oggi sono tanti e tra questi un cellulare, una play station, una fotocamera digitale, persino una villeggiatura (dove ti piacerebbe andare a sciare?). Insomma, per festeggiare e ricordare un bambino così miserello da nascere in una mangiatoia e scaldato da un asinello e da un bue, si spendono cifre impressionanti per cose il più delle volte costose che non ricordano certo una stalla. Io ricordo che in una vecchia trasmissione televisiva Licia Colò riportava i seguenti dati ricavati da fonti considerati attendibili: per i “regalucci” di Natale si spendevano nel mondo in quegli anni (ma oggi ancor più!) centinaia di “miliardi” di euro, mentre per impedire i decessi per fame sarebbero bastati appena centinaia di “milioni” di euro, recuperabili magari grazie ad una maggiore sobrietà da parte di cittadini e istituzioni di ogni Paese. Da persone poco sensibili questi rilievi potrebbero essere giudicati patetici e permeati di buonismo deamicisiano, dato che il mondo è fatto in prevalenza da cittadini, credenti e non, che di fatto pensano solo a loro stessi. Ciò purtroppo è vero, e non sarebbe male soffermarsi su questa atroce discrepanza tra fame e spreco proprio a Natale. Si corre altrimenti il rischio di diventare senza accorgersi sempre più cinici e di non indignarsi più per nulla. E’ diventato per esempio “normale” che in più di un terzo del mondo i medici fatichino a ridurre i danni dell’eccessivo introito alimentare di una popolazione sempre più obesa a partire già dall’infanzia, e che nei restanti due terzi essi debbano invece impegnarsi per aiutare con mezzi risibili una folla denutrita ad alto rischio di malattie e di mortalità. Ma, come diceva Stalin (l’attribuzione a questo dittatore sembra per altro dubbia), “La morte di un singolo uomo è una tragedia, un milione di morti è statistica”. Che sia proprio così?