Il paziente cui viene diagnosticato un cancro (Cr) oltre alle conseguenze fisiche va incontro a implicazioni psicologiche, spirituali e pure morali, le quali incideranno in modo variabile sulla qualità della vita residua sua e delle persone con le quali condivide un rapporto affettivo. Reazioni individuali che risulteranno tanto più pesanti quanto più il cancro si presenterà aggressivo e quanto più la terapia dovesse comportare gravose extra-spese assistenziali. È tuttavia importante far pregiudizialmente presente al paziente che la diagnosi di cancro oggi, con qualche eccezione, non equivale a una condanna a morte a breve termine e che esiste la pur variabile possibilità di lunga sopravvivenza e persino di guarigione. Questa può essere infatti ben diversa a seconda del tipo di Cr, dell’organo colpito, della precocità della diagnosi, della fase di malattia, dell’età, del genere maschile o femminile e, naturalmente, della disponibilità e dell’efficacia delle terapie e di altri fattori ancora come, per esempio, dell’area geografica dove si vive. Considerando i dati europei nel loro complesso, la sopravvivenza a 5 anni risulta variare da un massimo del 93% per il Cr del testicolo ad un minimo del 4% per quello del pancreas che, salvo eccezioni, è il più maligno. In Italia, grazie ai progressi diagnostico-terapeutici, è confortante che i decessi per cancro negli ultimi anni sembrino complessivamente calati in media del 15% per gli uomini e del 8% tra le donne. La maggiore sopravvivenza rimarca l’importanza dei risvolti psico-emotivi che sono ovviamente più pesanti in un malato che vive più a lungo e constata che la sua qualità di vita si deteriora progressivamente. Per tali motivi la terapia antitumorale non dovrebbe limitarsi solo ai farmaci e/o a interventi chirurgici, ma prevedere un’assistenza adeguata e periodica di natura psicologica (specie in chi vive solo!). È nata così circa 70 anni fa la psico-oncologia finalizzata a migliorare concretamente, e non come palliativo, la qualità di vita del paziente (e dei famigliari). Qualcuno ha scritto che sarebbe utile all’uopo disporre di “un’indagine empirica sull’esperienza umana dei malati oncologici”, perché nessuno studio clinico controllato terapeutico dovrebbe considerarsi completo se non si valuta adeguatamente pure la psicologia individuale che in primis incide significativamente sulla qualità di vita del paziente. Nessun oncologo può pensare di offrire cure ottimali se si occupa solo dei sintomi clinici del paziente senza contemporaneamente prendersi cura della sua specifica reazione emotiva. Empatia e simpatia del dottore e pure del personale paramedico sono requisiti essenziali che non devono essere solo “teorici” nè ricordati una tantum. Anche una segretaria scortese in un ambiente di psico-oncologia può vanificarne i benefici. L’optimum, purtroppo, sembra alquanto lontano.