TUMORI: FARE I BRAVI CONVIENE (29/11/2006)

Le cellule staminali sono ormai spesso oggetto di attenzione da parte dei media, con risvolti non solo medici ma anche politici ed etico-religiosi. Semplificando, diciamo che si tratta di cellule totipotenti nel senso che mantengono la capacità di svilupparsi e moltiplicarsi dando origine a cellule differenziate di vario tipo, quelle che compongono i diversi tessuti ed apparati. Le speranze, alimentate per altro  con una certa frettolosità, sono comprensibilissime: detto in soldoni, l’obiettivo dei ricercatori sarebbe quello di fare sviluppare queste cellule totipotenti  nella zona malata di un organo per sostituire anche funzionalmente le cellule morte o difettose dello stesso. Tra i vari progetti potrebbero citarsi quello di iniettare cellule staminali in un area infartuata del cuore o quello di immettere cellule staminali fetali nella sostanza  nigra del cervello di un paziente con Morbo di Parkinson o, ancora, quello di usare cellule staminali finalizzate a produrre globuli rossi in soggetti con aplasia del midollo osseo. L’entusiasmo circa il potenziale terapeutico delle staminali è stato da tutti immediatamente condiviso, ma altrettanto immediatamente si è innescata la ben nota polemica  circa la fonte eticamente accettabile da utilizzare per procurarsi a sufficienza queste cellule staminali. In ogni modo, l’interesse circa le staminali fino ad oggi era motivato dal loro possibile t ruolo erapeutico.

L’ultimo numero di Nature (l’autorevole rivista che 50 anni fa riportava la scoperta del DNA da parte di Watson e Crieck) ribalta (eccome!) l’attenzione sulle staminali partendo da tutt’altra angolatura: le cellule staminali presenti nel cancro del colon, che costituiscono solo il 2,5% della massa cellulare, e solo esse, sono responsabili dello sviluppo del tumore e, se la rimozione delle stesse non avviene in modo completo, della sua recidiva. Le cellule staminali “amiche” dei tessuti normali fetali diventano in altre parole cellule “nemiche” se presenti in un tumore. L’importante scoperta è targata Italia: a isolarle e coltivarle in vitro è stato il Dr. Ruggero  De Maria dell’Istituto Superiore di Sanità. Le possibilità concrete per combattere in modo specifico queste cellule sono plausibili, ma ogni illusione a breve va bandita. Ci vorranno certamente degli anni. Per il momento la battaglia più efficace contro il tumore del colon che colpisce ogni anno poco meno di 50.000 soggetti, è ancora la prevenzione. Poiché la maggior parte dei casi di cancro del colon si sviluppa a partire da un polipo inizialmente benigno e poiché ci vogliono anni perché si realizzi la sua degenerazione maligna, la profilassi passa inevitabilmente attraverso la colonscopia, con rimozione dei polipi eventuali, da attuarsi almeno nei pazienti a rischio. La stessa età superiore ai 50-55 anni è considerata fattore di “rischio medio”. Da qui la campagna promossa dalla Organizzazione Mondiale della Sanità ed opportunamente enfatizzata anche dal nostro Assessorato alla Salute e dal Reparto di Gastroenterologia del nostro Ospedale. Attenzione ancora maggiore, naturalmente, se i fattori di rischio sono più di uno, come ad esempio la familiarità. “Fare i bravi” conviene: la guarigione definitiva è tanto più frequente quanto più precoce  è la diagnosi.

Titolo originale: Cellule staminali e cancro del colon