IL COMMERCIO DELLE MALATTIE (23/1/07)
Un recente numero dell’autorevole British Medical Journal faceva due pressanti raccomandazioni ai medici che in realtà riguardano soprattutto i cittadini. La prima è quella che bisogna “demedicalizzare situazioni di assoluta normalità”. Tradotto dal medichese ciò significa che bisogna non etichettare come malattie da curare delle condizioni sostanzialmente fisiologiche (vecchiaia, menopausa, stanchezza) o solo espressione di incongruenze dietetico-comportamentali (sovrappeso, inattività fisica). E’ chiaro che chiamare la timidezza “Disturbo da ansia sociale”, o la irrequietezza di un bambino troppo vivace “Disturbo da deficit di attenzione”, o lo sconforto di un partner piantato dalla persona amata “Depressione minore”, avrà inevitabili conseguenze: l’aumento dei soggetti che si considereranno malati e una vendita ingiustificata di farmaci (sia convenzionali che “alternativi”). Tutto ciò non è casuale. Il fenomeno è infatti creato ad hoc dal settore marketing dell’industria farmaceutica ed è noto con il nome di “ disease mongering”. L’impatto del mongering è fortemente negativo, perché le conseguenze già ricordate comportano pure uno sperpero di denaro pubblico (e non è proprio il caso!), ed un rischio ingiustificato di effetti collaterali. E’ ad esempio possibile che nei pazienti depressi in cura con un certo tipo di antidepressivi (i cosiddetti SSRI) aumenti la tendenza al suicidio. Rischio da correre quando la depressione è grave con pesantissime ricadute sulla qualità di vita. Ma ciò può valere per i più di 20.000 teenager trattati con questi SSRI solo perché irrequieti?
Mongering possono essere considerate anche le (pseudo)informazioni come quella delI’“International Hair Study Institute”, secondo cui i pazienti con tendenziale calvizie sono più suscettibili agli attacchi di panico (sic!). Questo messaggio mira evidentemente a fare del soggetto ”stempiato” un doppio consumatore: di farmaci anticalvizie (sostanzialmente inefficaci) e di medicine antipanico (di utilità non comprovata in questo ambito). Mongering è anche l’enfatizzazione di certi rischi che sono reali solo in certi individui e per certi livelli. Se per ipotesi (solo ipotesi?) venisse comunicato che il livello desiderabile di colesterolo deve essere non più 220 ma 180 mg%, il numero dei soggetti che riterranno di dover essere curati aumenterebbe prontamente e così quello dei medici che penseranno in buona fede di doverlo fare. Purtroppo, la pseudoinformazione prevale sull’informazione corretta e bene lo si evince, per esempio, dal dato che più del 50% dei pazienti che assumono farmaci anticolesterolo non ne avrebbero bisogno, e che più del 50% di quelli che ne avrebbero necessità non li assumono. Per contrastare questa “commercializzazione delle malattie” un elemento cruciale è dunque l’informazione e, infatti, la seconda raccomandazione del British insiste proprio su questo aspetto, sottolineando come i medici debbano attenersi solo a fonti di aggiornamento rigorosamente indipendenti (rara avis!). E prudenti devono pure essere i pazienti, più esposti ancora ai messaggi aleatori o tendenziosi dei media che al mongering concorrono, e non marginalmente, più o meno in buona fede. Jules Romain, in un suo romanzo, fa dire al Dr. Knock: “I sani sono malati che non sanno di esserlo”. Noi, medici e cittadini, per esorcizzare il mongering, potremmo “rovesciare” l’aforisma di Romain e chiederci se non è vero anche il contrario, e cioè che “I malati sono spesso sani che non sanno di esserlo”. Forse solo Argante, l’ammalato immaginario di Moliere, non sarebbe d’accordo.
Titolo originale: Mongering: la commercializzazione delle malattie