IL RISPETTO PER LA VITA (4 gennaio 07)

Che la vita sia un evento straordinario non credo possa essere messo in discussione da nessuno. Ma non è sugli aspetti religiosi e filosofici della vita che posso soffermarmi. Invece,  qualche riflessione sulla vita la vorrei fare come medico, traendo in particolare lo spunto da cinque (tra le innumerevoli!)  funzioni del nostro corpo, grazie alle quali la vita è concretamente possibile. La vita intanto è tale, per esempio, solo se un cuore  batte (cifre da capogiro: per una frequenza di 80 volte al minuto, i battiti cardiaci in un anno saranno in totale più di 40 milioni!) o se i polmoni sono capaci di compiere circa 20 atti respiratori al minuto. Vita è pure una moltitudine di enzimi grazie ai quali il cibo introdotto diventerà il carburante necessario a tutte le funzioni del nostro organismo. Vita significa pure reni capaci di purificare più di 150 litri di sangue al giorno e una diuresi adeguata. E così vita sono i movimenti autonomi del nostro intestino grazie ai quali possiamo evitare un progressivo intasamento fecale (argomento “volgare” di cui non si parla volentieri, eppure incompatibile con la vita se non si interviene!). Queste funzioni sono meno “nobili” dell’attività cerebrale, ma in realtà risultano ancora più indispensabili per la vita. Infatti, con un cervello leso che non genera più idee e che non ricorda si può infatti vivere per anni (vedi i casi di coma irreversibile), ma se non funzionano gli apparati suddetti la vita risulta impossibile. Malattie anche importanti riguardanti cuore, polmoni, reni e intestino sono tuttavia in parte correggibili e questa “correzione” consente spesso una vita ancora “naturale”, degna di essere vissuta. Immaginiamoci invece un paziente ben più grave, per il quale correggere le funzioni vitali malfunzionanti  significa trasformare la sua vita naturale in qualcosa di assolutamente innaturale. Gli alimenti vengono immessi direttamente nello stomaco grazie ad una gastrostomia (ciò che toglie al paziente anche la piccola gioia dei sapori). Il cuore batte solo a prezzo di una stimolazione elettrica e il respiro è possibile solo perché una macchina fa circolare l’aria nei polmoni. Il rene non filtra e la vescica può svuotarsi solo a mezzo di un catetere a permanenza. Infine, l’intestino può eliminare il proprio contenuto fecale solo con l’aiuto quotidiano (qualche volta persino manuale!) di altre persone. A prescindere dal dolore fisico che spesso atrocemente concomita in questo paziente critico, naturalmente se è vigile, anche la sola sofferenza psicologica è comunque estrema, così come la mortificazione ed il disagio che egli prova nei confronti delle persone che lo accudiscono amorosamente (quando ci sono!). Questi dettagli volutamente brutali si propongono non di provocare dibattiti filosofici, ma solo di fare riflettere con maggiore sensibilità e realismo sul fatto che queste situazioni purtroppo esistono (al di là del caso Welby e delle diverse opinioni concernenti la sua dolorosa vicenda pre- e post mortem). Troppe persone disquisiscono, infatti, sulla vita senza precisare di quale vita si sta parlando e affrontano a tavolino le questioni connesse. Questi “esperti” il più delle volte non hanno mai visto di persona cos’è la “vita innaturale” di un soggetto che si trovi nelle drammatiche situazioni di cui sopra. E non hanno mai visto l’implorazione dei suoi occhi o sentito con i propri orecchi la sua richiesta di poter scegliere se proseguire o interrompere le cure praticategli. Allora, senza spingere verso nessuno dei variegati orientamenti “teorici” affiorati di recente intorno al caso Welby, ci sembra che vada comunque ribadita la necessità di una regolamentazione non ideologica, permeata solo di buon senso e di charitas, che consenta al paziente di conoscere con chiarezza i propri diritti e al medico di sapere quali sono i suoi diritti/doveri senza soffrire di rimorso postumo o senza incappare in atti illeciti. E che consenta anche all’Ordine dei Medici di prendere provvedimenti che non siano estemporanei (e sotto pressione) ed al magistrato di far applicare leggi ben definite invece che ambigue. Si corre altrimenti il rischio che penosi dilemmi esistenziali siano oggetto di strumentalizzazione più che di equa soluzione, e che i drammi di numerosi pazienti ormai allo stremo (ma che “non esistono” se non finiscono in prima pagina!) vengano risolti, magari per motivi compassionevoli, soltanto in modo clandestino. Questo nulla ha a che fare con l’eutanasia: il rispetto per la vita è infatti fuori discussione.

Proprio questi giorni il Cardinale Martini ha fatto considerazioni umane non molto diverse da queste.

Titolo originale: Lex tua…vita mea