CANNABIS A SCOPO TERAPEUTICO (17/ 2/ 2007)

Di recente questo giornale ha dato giusto risalto al drammatico problema del farmaco a base di Cannabis (Sativex) che i malati di sclerosi multipla dovrebbero pagarsi in proprio con costi non sostenibili (540 euro a confezione). Il farmaco, da usarsi come spray sottolinguale, non è “mutuabile” non perché considerato un medicinale di lusso, ma per difficoltà di ordine burocratico (l’Assessorato sarebbe favorevole alla copertura ma a bloccarlo c’è una disposizione dell’Ufficio centrale stupefacenti). Intanto a rimetterci ci sono dei  pazienti che stanno male davvero mentre qualcuno, al solito, ne discute a tavolino. D’altronde non è forse stato già rilevato che il dolore che si sopporta meglio è quello degli altri? Soffermandoci sugli aspetti strettamente medici è bene ricordare che in terapia si usano solo i composti (detti cannabinoidi) derivati dalla variante THC della pianta Cannabis sativa, cioè quelli dotati di effetti stupefacenti come la marijuana. Da una analisi sistematica relativa a tutti gli studi clinici controllati attuati al riguardo fino al 2001, risulta che la Cannabis è di documentata efficacia nel controllare soprattutto il dolore neuropatico dei malati di sclerosi multipla e quello intrattabile  dovuto al cancro. Ma è provata anche la sua efficacia contro la nausea e il vomito (tormentosi specie in pazienti tumorali in chemioterapia), ed è probabile la sua utilità pure in altre malattie tra cui alcune su base autoimmunitaria e persino nel trattamento della dipendenza dall’alcool, dalla nicotina e dalla cocaina.  Da qui le raccomandazioni di molti esperti come il Prof. Greenspon, psichiatra emerito della Harvard University, che invita a decriminalizzare ampiamente l’uso della Cannabis. Ma c’è un altra considerazione che definirei “teleologica” per ritenere che i cannabinoidi siano “molto adatti” ad un uso terapeutico, anche se ovviamente motivato e controllato. La considerazione è la scoperta piuttosto recente che il nostro cervello è ricco di recettori predisposti a ricevere i cannabinoidi che gli arrivano dall’esterno perché è già abituato a sfruttare quelli endogeni, insomma la “marijuana” fatta in casa. Il lettore non si sorprenda: il nostro cervello è in grado di produrre come reazione al dolore (ed anche al semplice placebo!) non solo cannabinoidi (di effetto identico anche se chimicamente diversi da quelli della marijuana), ma anche altre sostanze ad azione morfino-simile (endorfine) e persino morfina pura! Recettori specifici così numerosi nel nostro cervello sembrano costituire un messaggio esplicito: “Non siamo qui per niente: dovete pertanto approfittarne quando il dolore è insopportabile e l’azione degli antidolorifici endogeni  non è più sufficiente”.

Titolo originale: Cervello,  marijuana e burocrazia