IL VACCINO PER IL TUMORE DELL’UTERO: OTTIMA PREVENZIONE E RISCHIO DI SPESA (17/4/ 07)
Ogni anno si registrano in Italia circa 3500 nuovi casi di cancro dell’utero e 1186 decessi ascrivibili a questo tumore (il che equivale a circa 3 decessi al giorno). Causa prevalente è la pregressa infezione con il papilloma virus umano (HPV) ad alta aggressività, di cui esistono diverse varianti (16 e 18). Altri HPV sono invece responsabili di lesioni precancerose o di semplici verruche (benigne) a livello dei genitali femminili. Nel 2006 i media hanno riportato con molta evidenza che è stato messo a punto un vaccino contro l’ HPV (proposto in tre dosi), previsto per donne in età compresa tra i 16 ed i 26 anni, ma anche in bambine e adolescenti tra i 9 e i 15, allo scopo di vaccinarle prima dell’inizio dell’attività sessuale. I vaccini anti-HPV di prossima commercializzazione in Italia (primavera 2007) sono due: Il Gardasil, già in vendita in molti Paesi europei ed extraeuropei ed il Cervarix, attivo solo contro le varianti più aggressive 16 e 18. Il grado di protezione in donne non ancora infette sarebbe del 100%, una immunità maggiore di quella generata dalla infezione naturale e che inoltre mostra di rimanere invariata dopo 4 anni e mezzo di osservazione (per cui probabilmente non sarà necessario alcun richiamo). Il vaccino anti-HPV costerà circa 350 euro per ciclo vaccinale, una cifra non irrilevante giustificata solo se il vaccino risulterà potenziare significativamente l’efficacia dello screening tradizionale. Quest’ultimo, che non andrà comunque rimpiazzato dal vaccino, rimane inoltre l’unico presidio di prevenzione per fasce di età superiori a quella delle donne vaccinabili (purtroppo il 30% delle donne non si sottopongono al PAP test e la percentuale è ancora maggiore nei ceti bassi o in comunità nomadi). La realizzazione del vaccino è stato indicata come uno dei progressi medici più salienti del 2006, ma i concreti guadagni in termini di salute e di spesa per la prevenzione secondaria dovranno essere valutati con prudenza e rapportati al costo che potrebbe risultare eccessivo. Questa problematica è sollevata con molto equilibrio dall’ultimo numero di Dialogo sui Farmaci, una delle poche riviste mediche autenticamente indipendenti, che cerca di frenare facili entusiasmi (e pressioni?). Il vaccino potrebbe probabilmente risultare vantaggioso in termini di costo-beneficio solo se il costo si riducesse a 150 euro per ciclo vaccinale e/o solo se lo screening tradizionale, nelle donne vaccinate, potesse prevedere degli intervalli sensibilmente più lunghi di quelli attuali. C’è il pericolo, insomma, di spendere molto (e così avverrebbe per una vaccinazione di massa) per guadagnare poco in termini di quantità vita e magari con sottrazione di fondi ad altri progetti di prevenzione riguardanti tumori molto più penalizzati da incidenza e mortalità di quello dell’utero. Stiamo a vedere.
Titolo originale. Cancro dell’utero: vaccino pigliatutto?