TRA BUON SENSO E MIOPIA (22/4/07)

Quando la attenzione ecclesiastica si rivolge a questioni in cui la medicina c’entra, mi sento non solo autorizzato a fare qualche riflessione in virtù dai miei 40 anni di pratica medica,  ma anche  sollecitato. Sollecitato in questo caso da disposizioni che, incuranti di reazioni quanto meno “rispettabili” che provengono dallo stesso mondo cattolico, sanciscono l’illiceità non solo dell’eutanasia, ma dello stesso testamento biologico. Per capirci, ricordiamo che il testamento biologico altro non è che le “direttive anticipate” di un individuo il quale, quando ancora è sano ed in perfetta lucidità mentale, dichiara quali sono le terapie cui non accetterebbe di sottoporsi in caso di eventi morbosi o di incidenti. Una preoccupazione serena, ragionevole e legittima perché potrebbe succedere che, a causa della malattia o di un incidente, egli non sia più in grado di esprimere all’occorrenza la propria opinione.  Ogni decisione in merito sarebbe presa esclusivamente da “altri”. Oltre tutto, come si può leggere anche sul documento ad hoc della Fondazione Umberto Veronesi (www.fondazioneveronesi.it), la legge stabilisce già oggi che ogni persona ha il diritto “di conoscere la verità sulla propria malattia ed il diritto di consentire o non consentire alle cure proposte (consenso informato).” La convenzione di Oviedo, cui l’Italia ha aderito nel 1997, stabilisce pure che “I desideri precedentemente espressi  a proposito di un intervento terapeutico da parte di un paziente che al momento dell’intervento non è in grado di esprimere la propria volontà, saranno tenuti in considerazione”. Pur mancando ancora una legge che regoli con maggior precisione  questa questione, una dichiarazione in tal senso può comunque essere fatta e firmata in tre copie: una la può tenere l’interessato, una va lasciata alla persona di sua fiducia (parente o non parente) ed una può essere depositata in uno studio legale o notarile. Tuttavia, questo testamento scritto, per la mancata precisione della normativa, non si sa ancora quale peso possa avere in concreto.

A prescindere dalla religiosità di un individuo, il ribadito “no” della chiesa anche sul testamento biologico sconcerta non poco:  infatti non è qui in gioco la questione più complessa relativa a eutanasia attiva, eutanasia passiva e sospensione dell’accanimento terapeutico (che è tutt’altra cosa dell’eutanasia), problema poliedrico sul quale assumere una posizione equilibrata non è semplice. E’ invece in gioco la libera scelta che un soggetto ritiene di fare ben prima che problemi di accanimento terapeutico o di eutanasia vengano a crearsi. Un soggetto, tra l’altro, che può essere credente o no. Ci fosse una legge che riconosce e regola il testamento biologico, vorrà dire che il cattolico più ligio non vi farà ricorso egualmente, ma perché non lo possono fare gli altri? Il cattolico che riempisse il modulo del testamento dovrebbe sentirsi colpevole, dovrebbe confessarsi? E poi soffermiamoci ancora sul concetto del massimo rispetto della vita naturale: chi potrebbe essere in disaccordo? Tuttavia, sulla vita che non ci apparterrebbe, perché ci è donata (ma allora il libero arbitrio?), affiora una confusione concettuale che ha tutta l’aria di essere, se non voluta, almeno  lasciata correre. Infatti, accettare che sarebbe immorale interrompere la vita naturale resta un concetto  troppo aleatorio se non si definisce cosa intendiamo per vita naturale. Ogni volta che interveniamo con una terapia alteriamo di fatto il decorso naturale della vita. Ogni volta che asportiamo chirurgicamente un cancro, magari guarendo il malato per sempre, alteriamo quella che sarebbe stata la sua vita naturale. Senza intervento farmacologico o chirurgico molta gente morirebbe molto prima “naturalmente”. Sopravviverebbero solo i più forti, i più sani, a beneficio della selezione naturale che privilegerebbe come sempre alcuni individui e non altri. Non è allora “innaturale” considerare normale una vita che tale ancora è solo in virtù di macchine e di politerapie di vario tipo? E non è soprattutto inumano (illegale?) persistere su questa strada contro la volontà del paziente, espressa in quel momento o persino anni prima nel suo testamento? Il “sia fatta la volontà del Signore” quando la si deve fare diventare operativa? Qualcuno, e non necessariamente ateo, potrebbe anche chiedersi quanto la volontà di alcuni uomini di chiesa rispecchia la volontà del Signore, soprattutto quando molti fedeli e non pochi preti sul territorio sono turbati per alcune decisioni anche recenti. Che ne facciamo, insomma, della volontà dell’individuo? Gli chiediamo solo di lavorare, di lottare, di sacrificare, di figliare ma non gli concediamo neanche mezza parola quando è cruciale la sua salute, la sua dignità, il suo desiderio di vivere o morire? Non mi interessa qui commentare la mancata concessione del funerale religioso a Welbi, né la castità che gli “irregolari” dovrebbero accettare per poter entrare in chiesa o avvicinarsi ai sacramenti, ma sui malati e sui loro diritti non posso non dissentire. Spero che il dissenso non sia un peccato mortale.

Titolo originale: Testamento biologico: tra buon senso e miopi