TU PAGAMI CHE IO TI OPERERO’: ECCO LA NUOVA ARTE DEL CHIRURGO (25/5/07)
Lo scorso novembre l’urologo prof. Austoni di Milano viene ferito da una decina di colpi di pistola, mirati alle gambe (e forse anche un po’ più in su). Si è ipotizzata la vendetta di un paziente scontento dei risultati scadenti dell’intervento subito (Austoni era esperto anche in operazioni potenzialmente migliorative della sessualità). Quattro mesi dopo colpo di scena: il professore viene arrestato per concussione, ma confinato ai domiciliari per le sue condizioni di salute. L’accusa è cioè quella di avere chiesto dei soldi extra, e talora molti soldi (fino a 40000 euro o più), per garantire che sarebbe stato proprio lui, e senza troppa attesa, il chirurgo operatore. Di questi giorni la notizia, riportata pure dalla stampa nazionale, che numerosi pazienti querelanti hanno ricevuto l’avviso degli avvocati del prof. Austoni che l’urologo avrebbe restituito la somma extra indebitamente incassata. Manca tuttavia nella comunicazione dei legali un accenno a delle scuse e qualsiasi segno di pentimento, una mancanza sottolineata in modo risentito da molti dei pazienti. Fin qui la cronaca. Consideriamo adesso se e per quale motivo c’è davvero da indignarsi. Ammesso che il primario sia veramente il più abile dello staff (cosa possibile, ma non automatica data l’evanescente meritocrazia nei concorsi) è del tutto comprensibile che un paziente cerchi di essere operato personalmente da lui. E’ però altrettanto evidente che questa soluzione non è perseguibile per almeno due motivi. Il primo è che il carico di lavoro per il capoequipe sarebbe materialmente insostenibile ed il secondo è che nessun giovane collaboratore, se a operare è sempre il capo, farebbe mai esperienza sufficiente con ricadute negative su tutti gli altri pazienti che sarebbero inevitabilmente operati da chirurghi poco esercitati e preparati. Ne consegue che un’attenta selezione dei casi più impegnativi da fare operare da chi dovrebbe avere maggiore esperienza è doverosa e non c’è nulla di scandaloso che così sia, anzi. Il vero scandalo è invece che la selezione non si attui in base alla gravità e alla complessità dei casi ma in base ai soldi (“in nero”, ovviamente) che il paziente è disposto a pagare, anche se l’intervento sarebbe senza costi aggiuntivi se la clinica è convenzionata. Questo sì è inaccettabile e risulta particolarmente penoso per i malati con patologia tumorale i quali, più ancora degli altri, vivono di fiducia nella terapia e in colui che concretamente la realizza. Uno dei pazienti in contatto con lo studio legale di cui si avvale il prof. Austoni per attuare il “risarcimento senza pentimento” dice testualmente: ”Di fronte ad una malattia come il cancro si è disposti a tutto pur di essere operati da un luminare. Io ho pagato e non ho denunciato il professore”. Ora però lo stesso paziente non solo vuole il rimborso, ma auspica pure che Austoni debba essere giudicato con tutta la severità che si merita. Purtroppo è noto a tutti che la severità e la certezza della pena, specie per colpe importanti, sono in questo Paese più concetti filosofici che ragionevoli realtà. E d’altra parte se, con buona rappresentanza politica trasversale, siedono regolarmente in parlamento più di una ventina di “onorevoli” (!?) già condannati in via definitiva, ma ancora con stipendio e molti benefits assolutamente inalterati, sembrano difficilmente prevedibili nel prossimo futuro leggi che portino a una punizione pìù adeguata e tempestiva per chi commette dei reati. Chissà se Seneca pensava alla severità della legge quando fa dire a Medea l’arcinoto “cui prodest?”
Titolo originale. Opero io se tu mi paghi