MA QUANTO PLACEBO IN MEDICINA ! (31/7/07)

Nessun tipo di medicina si può permettere di ignorare il placebo ed il suo effetto. Placebo non significa solo un “farmaco” inerte, ma può essere qualsiasi raccomandazione terapeutica (il consiglio di un amico, l’assistenza di un sacerdote, la premura di un genitore) o anche il risolversi di un dubbio diagnostico o l’esito tranquillizzante di un esame. In risposta al significato simbolico che viene dato al placebo, quale che esso sia, il soggetto (ma solo se è cosciente di essere trattato e crede nella cura) reagisce non solo psicologicamente, ma producendo composti morfinosimili, neurotrasmettitori, ormoni vari e potenziando la risposta immunitaria. Grazie a queste reazioni biochimiche il placebo può influenzare significativamente sia sintomi soggettivi sia parametri oggettivi di molte malattie sia organiche che di natura psicosomatica. Solo un confronto con il placebo consentirà pertanto di documentare e non di millantare la eventuale superiorità terapeutica di una terapia. Avviene così del resto anche nella vita comune: se un tennista afferma di essere più bravo di Federer o di Nadal la gente sarà pure disposta a credergli purché egli dimostri che con i due campioni si è confrontato e ci ha vinto. Se si limiterà a ripeterlo senza documentarlo, la gente resterà dubbiosa e perplessa. Pure in medicina, dunque, solo il confronto (se eticamente possibile) tra trattamento A (di cui si ipotizza un’efficacia “specifica”) e trattamento placebico B  (dotato di efficacia “aspecifica”) potrà dirci se il trattamento A è oggettivamente e significativamente migliore di B. Si ignora inoltre spesso che l’entità dell’efficacia aspecifica del placebo è registrabile in media nel 50% dei casi, percentuale che può salire per determinate patologie anche all’80%.  La patologia che risponde meglio al placebo è in ordine decrescente schizofrenia, ansia, depressione, colon irritabile e dispepsia funzionale, cefalea, ma buona risposta la si osserva pure in artrite reumatoide, osteoartrite, ulcera peptica, angina pectoris, morbo di Parkinson. Clamoroso poi l’effetto placebo in chirurgia: ci sono dati ben documentati da anni che dimostrano come alcuni interventi di cardiochirurgia, di neurochirurgia, di chirurgia addominale e di chirurgia artroscopica ottengono miglioramenti clinici evidenti anche quando gli interventi chirurgici sono “fatti per finta”! In altre parole l’operazione realmente attuata in certe situazioni cliniche può dare risultati eguali e persino inferiori a quelli dell’intervento che non viene fatto (“sham operation”) purché il paziente creda che sia attuato! Giudicare “specifica” l’efficacia di una terapia basandosi sul miglioramento dei sintomi tra “prima” della cura e “dopo” costituisce dunque uno degli errori più comuni in medicina, e ciò vale per qualsiasi tipo di terapia, convenzionale o alternativa. Sottovalutare il placebo costituisce una lacuna culturale oggi davvero inaccettabile per qualsiasi terapista, e di questo se ne parla assai poco e superficialmente. Per concludere, rimarcando la fallacia del criterio “prima e dopo”, non va infine dimenticato che per molti disturbi esiste una guarigione naturale troppo semplicisticamente attribuita alla cura prescritta. Qualcuno ha osservato in proposito che spesso il tempo guarisce, ma è il medico che incassa l’onorario.

Titolo originale. Quanto placebo in medicina!