IL TESTAMENTO BIOLOGICO ED IL MEDICO (17/8/07)

Qualche giorno fa Mina Welby ricordava nella sala del Comune il calvario di suo marito Piergiorgio e la necessità che in caso di malattia debba essere rispettato il testamento biologico eventualmente formulato “prima” da una persona perfettamente cosciente. Su questa problematica ne abbiamo già scritto in questa rubrica (prima ancora che un funerale religioso venisse crudemente negato a Piergiorgio) in pieno accordo  con l’opinione  molto pacata espressa in quei giorni da Ignazio Marino in un incontro con medici e autorità nell’aula riunioni del nostro ospedale. Il professor Marino, illustre trapiantologo oltre che attuale presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, toccava aspetti cruciali della medicina contemporanea quali appunto il testamento biologico, la differenza essenziale tra sospensione di cure non desiderate (ritenuta etica e umana dal relatore che come la signora Mina non nasconde di essere credente) e l’eutanasia (“tutt’altra cosa”, ritenuta illecita) e, infine, l’essenzialità perché la medicina sia “buona” del rapporto medico-paziente che invece spesso risulta poco soddisfacente. Ci soffermiamo oggi proprio su quest’ultimo aspetto. Da molte inchieste risulta che il medico non ascolta più a sufficienza il malato, non lo visita più o lo fa frettolosamente. Ciò è un male comunque, anche se ai fini diagnostici l’esame obiettivo del paziente è oggi oggettivamente meno importante di un tempo. Una risonanza magnetica della pancia dà certo più informazioni di una palpazione, ma la RM non può e non deve sostituire quel rapporto speciale che il semplice esame fisico consente e che la medicina del passato ha di fatto sfruttato al meglio quando le cure si basavano quasi esclusivamente su terapie “manuali” o su suggestivi rimedi placebici (che ancora non mancano nella medicina convenzionale e che sono la base di quella alternativa). Ma qual è l’entità di questo deterioramento nel rapporto medico paziente? Per rispondere, utilizzerò per amor di patria i risultati di uno studio statunitense del 2006. Una cinquantina di medici (di famiglia, internisti, cardiologi) accettavano di essere controllati in video-audio per un totale di 185 visite. Durante queste prestazioni, venivano prescritti 250 farmaci “nuovi”, che il paziente non conosceva per niente. Particolarmente in queste circostanze verrebbe da pensare che qualche spiegazione in più al paziente la si sarebbe dovuta dare, ma così non è secondo i sorprendenti esiti di questa inchiesta. Lo scopo della terapia non risultava infatti spiegato nel 13% dei casi, il 26% dei pazienti ignorava persino il nome del farmaco, ben il 66%  non era istruito nemmeno sulla durata della terapia. Ancora, la metà dei pazienti non era informato sul dosaggio ottimale del farmaco loro prescritto. E la possibilità di effetti collaterali? Questa non veniva nemmeno menzionata al 65 % dei pazienti. Naturalmente, non è detto che ciò che si registra in USA sia trasferibile tout court anche da noi, e questa è la sincera opinione di chi scrive, ma certo i dati americani rappresentano un campanello d’allarme su cui riflettere. In ogni modo attenti a non addossare soltanto ai medici tutte le responsabilità di questo deterioramento dei rapporti con il malato. Gli stessi pazienti e pure i gestori sanitari (ahimè, sempre più attenti alla quantità piuttosto che alla qualità delle prestazioni di chi lavora sul campo!), giocano un loro ruolo. La verità non è mai semplice, diceva Oscar Wilde.

Titolo originale. Testamento biologico e rapporto medico-paziente.