L’OMEOPATIA E LA MEMORIA DELL’ACQUA (21/8/ 07)
E’ noto che l’omeopatia oltre che sulla “legge dei simili” per cui le malattie andrebbero sostanzialmente curate con gli stessi fattori che le hanno prodotte, si basa pure sulle diluizioni centesimali. Una soluzione madre contenente derivati di origine vegetale o minerale (e un tempo anche animale) va diluita come segue: 1 cc della soluzione madre di partenza è portato a 100 cc con acqua e/o alcool (e la diluizione si chiamerà CH1), 1 cc di CH1 si diluisce ancora sino a 100 cc (e si avrà la CH2) e così di seguito. In base al “Numero di Avogadro”, una costante internazionalmente accettata, si può stabilire che a partire dalla dodicesima diluizione centesimale (CH12) non ci può più essere nella boccetta neanche una molecola del composto originale. Tutte le diluizioni successive alla CH12 sono dunque diluizioni di acqua con altra acqua. Spiazzati da questa realtà inizialmente imprevista (Hahnemann, il padre dell’omeopatia, non conosceva la costante di Avogadro, fisico-chimico italiano suo quasi coetaneo), gli omeopati ortodossi reagivano insistendo soprattutto sull’effetto dinamizzante delle varie diluizioni che, pur in assenza di molecole ma grazie a 100 movimenti peculiari dall’alto al basso (“succussioni”) esercitati sulle boccette ad ogni successiva diluizione, incamererebbero energia terapeuticamente utile. L’affermazione, in assenza di qualsiasi prova, risulta difficilmente difendibile, ma in soccorso della omeopatia sembrava accorrere pochi decenni dopo Jacques Benveniste, immunologo dell’INSERM francese (una specie di CNR nostrano). Usando ultradiluizioni (10-120, il che significa 1 diviso 1 seguito da 120 zeri!), ben al di là dunque del Numero di Avogadro, l’immunologo affermava che il suo liquido pur privo di qualsiasi molecola anticorpale provocava egualmente la liberazione dei granuli presenti nel citoplasma dei globuli bianchi basofili del sangue. Spiegazione: l’acqua conserverebbe memoria degli anticorpi precedentemente contenuti. Era la prova che gli omeopati aspettavano per spiegare l’effetto dei loro preparati ultradiluiti e privi di molecole. Se questo fenomeno si fosse confermato ci sarebbe stato poco da obiettare e la scienza, ovviamente, si sarebbe arricchita di una nuova acquisizione: la memoria dell’acqua. Purtroppo gli entusiasmi non erano destinati a durare. I risultati riportati da Benveniste apparivano così inverosimili che la prestigiosissima rivista “Nature” (la stessa sulla quale Watson e Crick il 25 aprile 1953 avevano descritto la struttura a doppia elica del DNA, ciò che frutterà loro il Nobel) rifiutava di pubblicarlo a meno che Benveniste non si impegnasse a ripetere l’esperimento nel suo laboratorio in presenza del direttore della rivista J. Maddox e di due esperti in trucchi e frodi scientifiche (James Randi e Walter Stewart). Benveniste accettava, ma il tentativo falliva completamente. L’esperimento veniva allora ripetuto sempre sotto controllo di “osservatori” all’Hopital Rotschild di Parigi, rivelandosi un secondo fallimento perché, anche questa volta, i granulociti non perdevano i loro granuli. Di nuovo Benviste attribuiva l’insuccesso ad una “atmosfera non positiva” causata dallo scetticismo dei controllori, paragonando la “ostilità” della scienza ufficiale a quella della Chiesa ai tempi di Galileo e sé stesso a Galileo. Terza verifica alla Ecole de Physique et Chimie, in questo caso sotto gli occhi vigili del Premio Nobel per la fisica Georges Charpak. Fiasco totale di nuovo: come nei precedenti esperimenti l’acqua mostrava di non possedere alcuna memoria, non ricordava insomma il “vecchio contatto” con gli ormai inesistenti anticorpi. Nonostante queste verifiche oggettive autorevoli, non malintenzionate (e perché poi?) ma soltanto rigorose, Benveniste (che nel frattempo si metteva a produrre preparati omeopatici) non cessava di sostenere la sua teoria e gli omeopati più conservatori continuano imperterriti ancora oggi a riesumare la memoria dell’acqua dopo quasi 20 anni, arco temporale nel quale nessun laboratorio al mondo ha mai confermato l’esperimento di Benveniste (passato a miglior vita pochi anni or sono). Non è l’entusiasmo iniziale degli omeopati che stupisce, del tutto comprensibile di fronte ai dati inizialmente riportati da Benveniste nel 1988, ma sconcerta la loro incapacità di correggere successivamente le proprie convinzioni di fronte alla mancanza di ogni conferma oggettiva. Ciò contrasta con i presupposti di qualsiasi disciplina che voglia definirsi scientifica.
Titolo originale. Omeopatia e la memoria dell’acqua.