MEDICINA E (IN)GIUSTIZIA: EGUALI PER TUTTI ? (19/10/2007)

Nutro sempre limitata simpatia per coloro che dicono: “Questo l’avevo detto già detto!” Per coerenza, non simpatizzo dunque neanche con me stesso, ora che anch’io sono costretto a dirlo  ritornando ad un tema già trattato su Alto Adige a proposito del caso Welby, del testamento biologico, e dell’eutanasia (6 dicembre 2006,  22 aprile  e 17 agosto 2007).  Devo tuttavia farlo non per libido di autocitazione, ma per  il fatto che come medico, oltre che come cittadino, condivido profondamente la sofferenza di chicchessia e, in particolare, quella di chi davanti a sé ha soltanto ulteriore sofferenza psicofisica e null’altro. Nel commento del 6 dicembre 2006 (“Se ci fossi io al posto di Welby”) scrivevo testualmente”…si sente il bisogno di adeguata giurisprudenza. C’è dunque da augurarsi che un approfondito sereno e non “ideologico” confronto parlamentare porti quanto prima a definire meglio la legge che regola questa drammatica materia”. Ebbene, ai 10 precedenti anni di stasi si sono aggiunti questi ultimi 10 mesi senza che il Parlamento abbia “trasversalmente” partorito alcuna regolamentazione al riguardo. In questo vuoto legislativo di cui evidentemente è colpevole solo il Parlamento e non i magistrati, la Corte di Cassazione  ha precisato sua sponte che il giudice, su istanza di un tutore, può legittimamente autorizzare l’interruzione della idratazione e della nutrizione artificiale con sondino nasogastrico (dalla Chiesa considerate “non” accanimento terapeutico), ma ciò solo in presenza di due circostanze: 1) che lo stato vegetativo del paziente sia giudicato irreversibile dopo valutazione approfondita (esistono al riguardo criteri validati negli USA sino dal ’90 dalla Multi Society Task Force on Persistent Vegetative State); 2) che risulti in modo oggettivo che la volontà di chi è in coma di non consentire la continuazione del trattamento, nutrizione compresa, sia stata espressa precedentemente “in modo inequivocabile”. Apriti cielo! Nessuna veemente reazione critica né popolare né dei media nei confronti del Parlamento che non legifera al riguardo, ma pronta protesta della Chiesa (non condivisa, ma solo in camera caritatis, da molti sacerdoti e teologi!) nei confronti della Corte di Cassazione che pure qualcosa ha cercato di chiarire, dimostrando attenzione non solo ai codici, ma pure a pazienti così bisognosi di charitas.  Nel caso della Eluana Englaro in coma profondo dal 1992 (15 anni!), l’espressa volontà della paziente di non venire sottoposta  se incosciente ad alimentazione e quindi a vita artificiale (questo è il vero aggettivo al di là di fastidiose disquisizioni  fatte da “esperti” a tavolino, spesso mai entrati a vedere cosa significa  “vita”  in un reparto di rianimazione), viene garantita dalla famiglia e dagli amici ma non da un testamento scritto. Per questo da chi avversa in buona fede la posizione della Corte di Cassazione si avanzano dei timori ragionevoli e rispettabili. Infatti, in mancanza di un testamento scritto di valore legale, come verificare se una persona abbia davvero preannunciato di rifiutare, in caso di coma, sia la nutrizione artificiale che ogni accanimento terapeutico? Questo è oggettivamente un aspetto di grande valenza e non solo etica (pensiamo ai possibili problemi e risvolti concernenti il lascitoereditario), che va sicuramente precisato. Tuttavia, anche una posizione oralmente espressa in condizioni di perfetta vigilanza e testimoniata da più persone “senza conflitto di interessi”, ed è questo il caso di Eluana, non può essere ignorata. Senza alcun intento polemico, come non ricordare che Papa Wojtyla (così sembra almeno e mi scuso se invece ciò non è accaduto), prossimo a concludere la sua vicenda umana, abbia bisbigliato “a voce” a chi gli stava intorno ”Lasciatemi morire in pace”, negando di fatto il consenso ad essere alimentato con dispositivi non naturali quali sondino nasogastrico o gastrostomia. Chi di noi non ha avuto un moto di rispetto per la decisione di quest’uomo anziano già gravato da così tanti drammatici travagli fisici? Ma il quesito allora è perchè non sia rispettabile anche il “no” di Eluana e di  altri come lei.  E sorvoliamo poi sulle conseguenze che un eventuale decesso di Eluana dovuto ad alimentazione pur legalmente interrotta avrebbe circa il funerale religioso. Sarebbe negato crudelmente come a Welby o invece concesso come è accaduto di recente ad un professionista affermato, colpevole “solo” di essersi tolta la vita? Tutto ciò non c’entra evidentemente niente con l’eutanasia, come più volte ha ribadito il cattolico prof. Ignazio Marino, Presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato. C’entra solo con il diritto sacrosanto, sancito tra l’altro dalla Costituzione, di ogni essere umano di accettare o non le cure proposte e soprattutto di scegliere come morire. E’ evidente che questa libertà non vincola chi la pensa diversamente. Occorre ricordare che la liceità di ricorrere al divorzio non costringe nessuno a divorziare?

Titolo originale. Medicina e (in)giustizia: eguali per tutti?