MENO GRASSO E OSSA MIGLIORI SE “VIBRIAMO”? (12/11/ 2007)

Stazionare 5 minuti al giorno, per 5 giorni alla settimana e per 15 settimane, su una piattaforma che vibra 90 volte al minuto, determina un calo di circa il 30% del grasso corporeo e un corrispondente aumento di tessuto osseo. Questo sorprendente risultato non è una notizia da rotocalco in cerca di scoop, ma l’esito clamoroso di uno studio pubblicato nel novembre 2007 dal professor Clinton Rubin, Direttore del Centro di Biotecnologia della State University di New York. E’ da tempo noto che il movimento fisico frena l’impoverimento dell’osso e che, al contrario, l’esercizio muscolare determina l’ipertrofia non solo dei muscoli ma anche dell’osso dell’arto coinvolto nel movimento. Ho avuto in mano la radiografia delle braccia della grande tennista  Billie Jean King e posso confermare che il diametro dell’omero da essa  usato risultava maggiore di circa il 30% rispetto quello dell’omero controlaterale, e questa discrepanza tra destra e sinistra è riscontabile in tutti gli altri tennisti professionisti. A prescindere dagli atleti, già  dopo i 35 anni si assiste comunque ad un impoverimento del tessuto osseo del 2% ogni 10 anni causato proprio dal calo di movimento muscolare, e ciò spiega pure il perché gli astronauti, a causa dell’assenza di gravità e quindi della diminuita fatica muscolare, perdano ogni mese il 2%  del loro tessuto osseo. Più in generale, con il progressivo invecchiamento si assiste ad un fenomeno doppiamente negativo: l’aumento del tessuto adiposo (purtroppo penalizzante nei Paesi ricchi anche l’infanzia) ed un calo di quello osseo con inevitabili ricadute su apparato cardiovascolare, muscoloscheletrico e metabolico. In realtà, non sarebbe tanto il movimento dei muscoli a determinare l’incremento di tessuto osseo quanto la vibrazione che si produce quando essi si contraggono. Ed è a questa vibrazione che andrebbe attribuito il benefico effetto sull’osso della piastra vibrante usata dal professor Rubin. Come dice felicemente Gina Kolata, del New York Times. “l’osso risponde a segnali di frequenza… più simili ad un ronzio (la vibrazione, NdA) che ad un tonfo (la contrazione, NdA) ”. L’interesse dei dati di Rubin per i possibili risvolti terapeutici su patologia muscolo scheletrica, osteoporosi inclusa, e specie nella terza età che di più è gravata da sovrappeso, frequente diabete di 2° tipo, scarso movimento e fisiologico impoverimento dell’osso è indiscutibile. Gli entusiasmi vanno tuttavia doverosamente frenati per il “semplice” fatto che i risultati sulla conversione da grasso a osso favorita dalla piastra vibrante sono stati ottenuti non sull’uomo ma su topi, pecore e tacchini. In effetti, esiste pure qualche dato a favore dei possibili benefici sull’uomo riguardante sia bambini affetti da paralisi che donne con densità ossea patologicamente diminuita, ma decisive eventuali conferme dovranno derivare da ampie sperimentazioni cliniche, una delle quali già avviata negli anziani dal National Institute of Health degli Stati Uniti. Questa è un’altra dimostrazione di come la medicina seria non escluda a priori la possibile efficacia di ipotesi terapeutiche non ortodosse, ma attenda comunque di essere suffragata da prove prima di autopromuoversi e di creare indebite e redditizie illusioni. In chi scrive, tuttavia, affiora una personale perplessità relativa al fatto che Rubin si è premurato di brevettare le sue piastre rotanti prima di qualsiasi verifica clinica soddisfacente. Confesso di amare più gli scienziati come Salk e Sabin che “regalano” le loro scoperte all’umanità: la poliomielite grazie a loro è di fatto scomparsa senza che nessun dollaro sia scivolato nelle loro tasche. Che sia solo l’inguaribile romanticismo mitteleuropeo dei triestini DOC?

Titolo originale. Meno grasso ma ossa migliori se “vibriamo