DOLLY, ADDIO PER SEMPRE?
Chi non è addetto ai lavori fatica a capire quando gli esperti parlano di cellule staminali. D’altronde è comprensibile che il cittadino, più che occuparsi in dettaglio di cosa sono le staminali e da dove possono essere ricavate, desideri sapere in quale misura queste cellule potranno aiutarci a combattere malattie sia genetiche che acquisite. Le staminali sono cellule totipotenti, in grado cioè di evolvere in uno qualsiasi dei circa 200 tipi diversi di cellule costitutive del nostro corpo, dal quelle cerebrali a quelle cardiache, muscolari, ghiandolari, cutanee, ossee, connettivali (il connettivo è il tessuto che fa da impalcatura ai nostri organi) e ai corpuscoli del nostro sangue. Le staminali più totipotenti sono quelle presenti nell’embrione cioè l’”organismo” che si sviluppa entro le primissime settimane dopo la fecondazione dell’ovulo da parte dello spermatozoo. Fino a 14 giorni l’embrione è un insieme di cellule grande meno della metà della punta di uno ago. Cellule staminali possono tuttavia ricavarsi (ma non è cosa semplicissima e il grado di potenzialità evolutiva è minore) anche dal cordone ombelicale e dal midollo osseo. E’ noto che per riserve di indole etico-religiosa la ricerca sulle staminali degli embrioni umani è vietata in alcuni Paesi come il nostro, mentre è consentita in altri come il Regno Unito e in altri ancora non è oggetto di alcuna regolamentazione. Ma gli embrioni umani intanto esistono e più di 100 mila sono conseguenza della FIVET (Fecondazione in Vitro ed Embrio Transfer). Con questa tecnica, messa a punto per la procreazione medicalmente assistita, si ottiene la fecondazione in vitro di più ovuli, di cui solo alcuni sono impiantati nell’utero della donna che aspira alla maternità, mentre gli altri vengono congelati in previsione che il tentativo non vada a buon fine. Se l’impianto invece riesce, gli embrioni congelati hanno in teoria un possibile duplice destino: essere utilizzati per la ricerca sulle staminali o eliminati. La decisione spesso non può essere presa dai “donatori” perché questi nel frattempo si sono separati o non condividono la decisione oppure sono irrintracciabili o deceduti. In banche sui generis ci sono poi milioni di spermatozoi e migliaia di ovuli non ancora fecondati che potrebbero però esserlo al fine di creare embrioni potenziali fornitori di cellule staminali impiegabili terapeuticamente. Questo secondo utilizzo non finalizzato alla fecondazione assistita desta riserve morali ancora più consistenti di quelle sollevate dalla FIVET, ma anche l’eliminazione di embrioni in eccesso già congelati va considerata una questione bioetica irrisolta di grande rilevanza. Una terza fonte teorica di staminali , che acuirebbe ulteriormente il problema, sarebbe l’embrione clonato. La clonazione, com’è noto, prevede che un ovulo cresca non perché fecondato “fisiologicamente” dallo spermatozoo, ma perché il suo nucleo è stato tolto e rimpiazzato da quello di una cellula (della cute o di diverso tessuto) dello stesso organismo o di altri individui. L’organismo nato per clonazione più famoso è certamente la pecora Dolly, “figlia” del ricercatore Ian Wilmut. L’ipotetica clonazione di un clone umano per ricavarne cellule staminali sembra l’unica ipotesi inquietante e moralmente insostenibile per “uomini di buona volontà”. Wilmut stesso giorni fa ha dichiarato di chiudere questo filone di ricerca. Ma la vera notizia del giorno sono le ricerche che di fatto hanno indotto Wilmut ad abbandonare le clonazioni come fonti di staminali. Le riviste “Cell” e “Science” hanno infatti appena pubblicato 2 indagini indipendenti, rispettivamente americana (Dr. Thompson) e giapponese (Dr Yamanaka), secondo le quali alcune cellule connettivali presenti nel derma dell’uomo (fibroblasti) possono essere fatte “regredire” fino a farle diventare staminali funzionalmente indistinguibili da quelle embrionali. Questo ritorno a un potenziale biologico “primordiale” è stato ottenuto grazie alla introduzione nel DNA delle cellule fibroblastiche di 4 geni che sono presenti attivamente solo durante le prime fasi dello sviluppo embrionale e che sarebbero responsabili della totipotenza. Grande interesse ma cautela doverosa anche in questo caso, perché comunque la traduzione pratica di queste scoperte in vantaggi clinici è ancora lontana. Indubbiamente, il poter ricorrere a cellule staminali che non sollevano alcun problema morale e che sono ottenibili dallo stesso soggetto che potrebbe averne bisogno rappresenta un’apertura straordinaria. Potrebbero in particolare beneficiarne malattie oggi incurabili o mal curabili come Parkinson, Alzheimer, ictus, paralisi, infarto cardiaco, o malattie metaboliche come il diabete mellito. Possibile impiego futuro anche nei pazienti che necessitano di trapianto d’organo: l’organo nuovo eventualmente formatosi nato dalla evoluzione programmata di cellule staminali, essendo queste ricavate dallo stesso soggetto, annullerebbe il rischio del rigetto e affrancherebbe il paziente dalla necessità di un trattamento immunosoppressivo per tutta la vita. Chi vivrà vedrà ma intanto, ringraziando Thompson e Yamanaka e sfruttando Barbra Streisand e Walter Matthau, possiamo almeno dire “Hello Dolly!”.
Titolo originale. Addio per sempre alla pecora Dolly?