RIVISTE MEDICHE E INDUSTRIE FARMACEUTICHE (22/1/2008)
Chi crede nella buona medicina deve pretendere prove e garanzie non solo dalle medicine cosiddette complementari alternative (MCA), ma anche dalla medicina tradizionale. Ci sono ombre anche in questa riguardanti non solo il rapporto medico-paziente non di rado scadente, ma pure la scarsa evidenza d’efficacia di non poche terapie convenzionali. A garantirne l’efficacia dovrebbero essre i dati riportati nelle riviste mediche internazionali che si avvalgono di “verificatori” (referees, per gli inglesi) di esperienza almeno pari a quella degli autori degli articoli inviati per la pubblicazione (per questo si parla di peer review, revisione tra pari). Questi referees, ignoti agli autori, sono in genere più di uno e indipendentemente esprimono un giudizio sullo studio inviato dopo avere valutato i presupposti e gli scopi della ricerca, la corretta conduzione della sperimentazione, l’adeguatezza dell’ eventuale analisi statistica, la pertinenza della bibliografia citata. Se più di un esperto ha ritenuto pubblicabile l’articolo, le conclusioni di questo in teoria dovrebbero essere affidabili, ma in pratica non sempre è così per Richard Smith, ex-presidente del prestigioso British Medical Journal. Egli rileva che gli studi terapeutici pubblicati sono progettati e finanziati in massima parte dall’industria farmaceutica la cui pressione può esercitarsi in vario modo. Intanto, dice Smith, l’industria favorisce il cosiddetto “publication bias”, cioè impone di non pubblicare i risultati di una sperimentazione se questi sono sfavorevoli all’industria stessa (il farmaco che si vorrebbe commercializzare risulta inferiore rispetto ad altri competitori già esistenti). Inoltre, l’industria preferisce sponsorizzare studi che confrontano il farmaco candidato con il placebo, perché così è più facile dimostrare una superiorità del primo. Ancora, almeno un quarto dei ricercatori, pur negando in calce l’esistenza di un conflitto d’interessi, riconosce di trarre di fatto dei vantaggi economici di vario tipo dall’industria che fa loro studiare il farmaco. Infine, pure gli editori delle riviste sono talora…di manica larga, in quanto l’industria che ha promosso la sperimentazione, se il lavoro verrà pubblicato, potrà ordinare un significativo numero di “estratti” relativo a quella terapia e sarà propensa a fare sulla stessa rivista pubblicità al prodotto sperimentato, con positive ricadute economiche per l’editore. Per questo motivo la peer review, in teoria una buona cosa, risente inevitabilmente per Smith dei suddetti “fattori di distorsione”. Non bisogna d’altra parte dimenticare che le molecole terapeuticamente più utili per l’uomo degli ultimi 50 anni sono nate proprio dalla ricerca di industrie private e non da istituti statali di farmacologia e biochimica. Una possibile soluzione per Smith sarebbe quella dell’ “open access”, grazie al quale le pubblicazioni dovrebbero diventare accessibili a tutti, con revisioni continue e allargate, analogamente a quanto accade in Wikipedia, dinamica enciclopedia “aperta” multilingue in rete, cui tutti possono concorrere.
Una soluzione più logica, a parere di chi scrive, è che grazie a fondi per la ricerca più consistenti di quelli previsti, siano le istituzioni stesse a progettare, realizzare e garantire sperimentazioni cliniche autonome. Attualmente il rapporto studi istituzionali/studi promossi dall’industria è di circa 1 a 10: troppo poco.
Titolo originale.Riviste mediche: avviso di garanzia