LICENZA DI UCCIDERE E…DI GUARIRE (12/2/08)
Chi si è attribuita da sé la licenza di uccidere, e l’ha concretamente utilizzata diventando un assassino, può poi acquisire la licenza di guarire laureandosi successivamente in medicina? La questione non è né un problema teorico di astratto interesse né una stuzzicante sollecitazione giornalistica, benché a coinvolgere il “grande pubblico” sia in effetti un importante giornale come il New York Times. Un anno fa il prestigioso Karolinska Institute di Stoccolma ha iscritto alla medical school quasi 200 studenti. Tutto regolare se non fosse per alcune lettere anonime pervenute alla Direzione dell’Istituto. In queste si denunciava dettagliatamente il fatto che uno degli studenti iscritti, tale Karl Helge Svensson, sarebbe stato un neonazista da poco uscito da un carcere di massima sicurezza dove era stato precedentemente rinchiuso per più di 6 anni in quanto condannato in via definitiva per omicidio. La notizia, doverosamente verificata dalla Direzione del Karolinska risultava inequivocabilmente vera. Il Karolinska si trovava così di fronte al prevedibile dilemma di quale decisione prendere al riguardo. In base a motivazioni etiche istintive la maggioranza del board avrebbe preferito espellere Svensson, ma per poterlo fare era necessario un sufficiente aggancio giuridico che oggettivamente mancava. Harriet Wallberg Henricksson, la direttrice, consapevole di avere le mani legate, dichiarava infatti testualmente: “L’unica causa giusta (per poterlo espellere, nda) sarebbe stata una diretta minaccia all’incolumità degli altri compagni di corso o una accertata malattia psichiatrica.” Ma queste due pre-condizioni per l’allontanamento dello Svensson non erano dimostrabili e ciò dava luogo ad una vivace discussione tra i membri della facoltà svedese. La frangia minoritaria, più garantista, sottolineava optorto collo che il reo, pur responsabile di un reato grave come l’omicidio, aveva comunque scontato la pena prevista e, in uno stato di diritto, gli si dovevano pertanto riconoscere i diritti di ogni altra persona. Questi dovevano dunque includere pure la possibilità di iscriversi all’università e di laurearsi in medicina. La frangia maggioritaria più pragmatica del board, forse più vicina al comune sentire della maggioranza della popolazione, sosteneva invece che il neonazista assassino non sarebbe mai dovuto diventare un dottore in medicina, perché il suo passato avrebbe di certo impedito un rapporto fiduciario e di stima tra medico e paziente, e ciò indipendentemente dal fatto che lo Svensson avesse già pagato per le sue colpe. La diatriba si presentava piuttosto problematica, e la conclusione conseguentemente incerta, se una imprevedibile “scoperta” non avesse consentito quell’appiglio legale di cui aveva bisogno la dottoressa Henricksson, direttrice del Karolinska. La scoperta era che il candidato Svensson aveva falsificato i documenti previsti per l’iscrizione a medicina, modificando in particolare nome e cognome, in modo da rendere improbabile il riconoscimento e il collegamento con il suo passato. Proprio questo illecito, certamente poco edificante ma di per sé non gravissimo, consentiva ai dirigenti del Karolinska Institute di decidere l’espulsione dalla facoltà di medicina dello Svensson. Ciò può far ricordare, in tutt’altro ambito e in tempi molto più lontani, quanto era successo negli Sati Uniti ad Al Capone, incarcerato non per i delitti ben più efferati di cui era sicuramente responsabile, ma per semplice evasione fiscale (un reato, questo, molto meno…scandalizzante nel nostro Paese!). E Svensson? Dicono le cronache che l’espulsione sia stata da lui accettata senza ribattere o protestare. Edmondo De Amicis interpreterebbe questa remissività come desiderio di espiazione supplementare per le colpe commesse.
Titolo originale. Licenza di uccidere, licenza di guarire.