LA SOFFERENZA (E L’ASSENZA DEI POLITICI)  (18/3/2008)

Diverse inchieste in ospedali e cliniche italiani  confermano purtroppo una realtà già nota che non ci fa davvero onore: il consumo di morfina e di altri oppiacei per alleviare il dolore altrimenti  intrattabile di pazienti con patologia grave è del tutto insufficiente, nonostante la lieve crescita negli ultimissimi anni. Ciò pone l’Italia al penultimo posto tra le nazioni europee. Per l’influenza di preclusioni ideologiche di natura prevalentemente moralistica, una delle ragioni era, specie in passato, il pericolo presunto che un più facile ricorso agli  oppiacei  avrebbe favorito l’uso voluttuario di stupefacenti. Insomma, per quanto attiene alla prescrizione di questi farmaci, persisteva un’inadeguata distinzione tra pazienti e tossicodipendenti. Nel corso degli anni il Parlamento ha cercato con “sensibilità politica trasversale”  di porre rimedio a questa assurdità. Nel 2001, per iniziativa di alcuni parlamentari e prima dello scioglimento della legislatura (con l’allora ministro della Sanità Veronesi del Centrosinistra, ma grazie pure alla condivisione di Forza Italia e di Alleanza Nazionale) si riusciva a far approvare una legge che avrebbe dovuto consentire una chiara distinzione tra tossicodipendenti e pazienti,  i quali ultimi avrebbero così potuto ricevere con minore difficoltà, quando necessari, i farmaci oppiacei. Insomma, come opportunamente ha scritto in un recente editoriale Mario Pirani si arrivava ad “un riconoscimento del diritto dei malati alla cura del dolore in ogni luogo e in ogni percorso della malattia.” Il rischio paventato di un incremento della tossicodipendenza veniva abbondantemente smentito dai fatti. Una seconda ragione è che il medico non ospedaliero, non può neanche oggi prescrivere morfina sul ricettario normale, ma solo su uno speciale, ritirabile presso la Azienda sanitaria di riferimento. Il fatto che i dottori possono ma non “devono” procurarsi questo ricettario speciale è un altro fattore non marginale di sottoutilizzo sul territorio. A questo si aggiunga una certa oppiofobia dei medici motivata principalmente dal timore di “grane” legali ed anche dalla loro scarsa informazione al riguardo, com’è dimostrato dallo scarso uso di morfinici pure negli ospedali dove il problema del ricettario non esiste. Sembra dunque necessario un progetto più lungimirante che non si  limiti solo all’abolizione del ricettario speciale per la prescrizione di questi farmaci, ma che favorisca pure un migliore background specifico dei medici ed un più adeguato rapporto medico-paziente. Purtroppo le Camere si sono sciolte prima dell’approvazione della legge Turco che avrebbe consentito questa e altre agevolazioni a favore dei malati con dolore cronico altrimenti intrattabile, una legge che non avrebbe verosimilmente incontrato ostacoli da parte delle altre forze politiche. Sarebbe pertanto auspicabile, a prescindere da chi vincerà le prossime elezioni, che questo problema venisse inserito tra quelli che hanno la massima priorità. Sono comunque convinto che se i politici, e specie quelli cui sono assegnate le maggiori responsabilità nella gestione della Sanità, constatassero de visu qual è in concreto il calvario di chi ha come prospettiva soltanto il dolore cronico fino alla fine dei propri giorni, le disposizioni di legge troverebbero una assai più rapida attuazione. Sfortunatamente, la cronaca riporta molto di rado la loro presenza in ambienti dove la sofferenza la si tocca con mano e fa male al cuore, mentre non mancano mai alla posa della prima pietra di un ospedale o all’inaugurazione di un nuovo reparto o a dire qualche parola scontata in apertura di un simposio. Dovrebbero almeno leggere quanto scrive ne “Il ritratto di Dorian Gray” Oscar Wilde: ”Posso simpatizzare con qualsiasi cosa, tranne che con la sofferenza”. Sono certo che il Dr. Bernardo, collega molto sensibile a questi aspetti, sottoscriverebbe queste considerazioni.

Titolo originale. Politica e sofferenza