IL RISCHIO CARDIACO PER TIFOSI (3/4/ 2008)
Ute Wilbert-Lampen e collaboratori, della Clinica medica e dell’Istituto di Statistica dell’Università di Monaco, si sono opportunamente preoccupati di quantificare il rischio cardiovascolare cui sono andati incontro i tifosi che hanno assistito ai Campionati Mondiali di Calcio tenutisi in Germania nel 2006. La ricerca, pubblicata sul prestigioso New England Journal of Medicine ha rivelato dati di grande interesse rimbalzati sulla stampa di molti Paesi. L’analisi è sostanzialmente un confronto di dati schedati in reparti di Pronto Soccorso relativi agli accidenti cardiaci occorsi nell’area di Monaco di Baviera tra l’1 maggio ed il 31 luglio del 2006 e quelli analoghi nello stesso arco temporale nel 2003 e nel 2005. L’aver limitato l’area di osservazione consentiva ai ricercatori di studiare una popolazione piuttosto omogenea per fattori dietetici e ambientali che altrimenti avrebbero potuto rappresentare dei fattori di distorsione dello studio. Colpisce intanto il numero complessivo degli accidenti cardiaci (4279) che è tutt’altro che trascurabile. Poi l’intensità della partecipazione emotiva: nei giorni in cui in campo battagliava la Germania l’incidenza delle emergenze cardiache è stata in media più di 2 volte e mezza superiore a quella registrata nei suddetti periodi di controllo. Il sesso maschile dei tifosi ha naturalmente pagato di più: incidenza 3,2 volte è mezzo maggiore contro solo l’1,8 volte del sesso femminile. I ricercatori non hanno mancato di considerare in qualche modo se le complicazioni osservate non riguardassero di più o soltanto chi già era affetto da malattie cardiovascolari. Nei giorni in cui giocava la Germania, ben il 47% di questi tifosi cardiopatici, andava incontro ad“attacchi di cuore” contro il 27% segnalato nei periodi di controllo. Il picco di eventi era registrabile entro le due prime ore dall’inizio del match e durante gli incontri più “drammatici” ad eliminazione diretta o conclusi ai rigori. La frequenza dell’evento cardiaco era discretamente omogenea: 2,4 volte di più l’infarto cardiaco acuto, 2,6 l’angina pectoris, e 3 volte di più i severi disturbi del ritmo. Si tratta indubbiamente di dati su cui riflettere ma, nonostante il loro interesse ed la serietà della rivista che si avvale sempre di una revisione da parte di almeno 2 esperti competenti (la cosiddetta “peer review”), qualche riserva metodologica va avanzata. La partecipazione effettiva (totale? parziale?) alle partite dei soggetti esaminati non è ben precisata nell’articolo. E non ben definita è pure la ripartizione etnica dei tifosi in una regione dove, ad esempio, l’etnia turca è discretamente rappresentata (benché in via logica sia difficile pensare che un turco subisca lo stesso grado di stress di un tedesco per un goal fatto o mancato della Germania!). Inoltre gli autori stessi riconoscono che la loro ricerca non chiarisce se gli accidenti vadano attribuiti solo allo stress da passione sportiva o a possibili fattori concomitanti nei giorni delle partite, quali insonnia, alimentazione incongrua, aumento del fumo, irregolare assunzione di medicinali. Nonostante queste riserve, e non un ultima quella dei limiti intrinseci di uno studio osservazionale come questo, lo studio conclude che “preventive measures are urgently needed” (sono necessarie urgenti misure di prevenzione) soprattutto per i tifosi che siano già noti cardiopatici. Gli autori, tuttavia, non dicono “come” (più informazione? Ambulanze più numerose fuori degli stadi? Reparti di Pronto Soccorso più allertati?). Auspicare è facile, ma realizzare è difficile e costoso. I prossimi Campionati Europei in Austria e Svizzera sono poi alle porte e ho l’impressione che i problemi di sicurezza antiterrorismo faranno presto dimenticare che il tifo può danneggiare le coronarie di qualcuno.
Titolo originale. Rischio cardiaco e sfide calcistiche.